I fatti di Modena hanno bruscamente strappato il velo di ipocrisia che avvolge la narrazione progressista sui concetti di cittadinanza, eroismo e integrazione. Quando il trentunenne Salim El Koudri ha lanciato la sua auto contro i passanti nel centro cittadino, a fermare la scia di violenza non è stata una complessa teoria sociologica, ma il corpo e il coraggio di un cittadino comune: Luca Signorelli. Rimasto ferito alla testa da un coltello nel tentativo di bloccare l’aggressore, Signorelli è diventato immediatamente, per l’opinione pubblica e per le massime cariche dello Stato, l’eroe di Modena.
Thank you for reading this post, don't forget to subscribe!Tuttavia, per quella sinistra radical chic e culturalmente esterofila, arroccata nelle retrovie del dibattito queer e intersezionale, la figura di Signorelli rappresenta un cortocircuito ideologico insormontabile. Non risponde ai canoni dell’icona spendibile nei salotti progressisti, ed è, per paradosso, l’eroe sbagliato per tre ragioni fondamentali.
La prima è una colpa cromatica e anagrafica incontestabile. Signorelli ha la pelle chiara ed è un uomo comune che parla un italiano impeccabile, privo di quelle declinazioni linguistiche o di quelle identità fluide oggi così di moda nelle segreterie d’avanguardia. In un ecosistema politico che ha fatto della decostruzione del maschio bianco e della feticizzazione della diversità il proprio nucleo ideale, un cittadino autoctono che compie un gesto di assoluto altruismo non genera lo stesso entusiasmo. Non si presta a diventare il manifesto di una minoranza oppressa, né può essere utilizzato come grimaldello retorico contro le presunte colpe storiche dell’Occidente.
La seconda ragione risiede nelle parole stesse pronunciate da Signorelli dal suo letto d’ospedale: “Ho fatto vedere che l’Italia non è morta”. Un’affermazione intrisa di un patriottismo costituzionale sano, concreto e orientato al bene comune, che però suona eretica alle orecchie di chi confonde il senso di appartenenza a una comunità nazionale con il nazionalismo becero. Per una certa sinistra, l’evocazione dell’Italia come entità viva e coesa, unita dal coraggio civile dei suoi cittadini, suscita un riflesso condizionato di diffidenza. Si preferisce l’eroe straniero, il simbolo globale sradicato dal contesto locale, perché più facilmente plasmabile secondo le esigenze della narrazione cosmopolita.
Infine, l’episodio di Modena spazza via l’intera impalcatura del moralismo astratto. Di fronte a un aggressore di seconda generazione che semina il terrore, la reazione immediata di una parte del progressismo non è stata la solidarietà incondizionata a chi ha rischiato la vita per salvare degli sconosciuti, ma il timore geopolitico e comunicativo per le ripercussioni sul dibattito relativi a permessi di soggiorno e cittadinanza. Il coraggio fisico e immediato di Signorelli ha mostrato la distanza siderale che separa la realtà della strada — dove la sicurezza e la difesa dei deboli si pagano con il sangue — dalle speculazioni teoriche dei talk show.
Liquidare o ignorare la portata simbolica dell’eroe di Modena solo perché “troppo italiano” e troppo distante dai canoni LGBTQ+ o multiculturali è il sintomo di un’autofobia culturale distruttiva. Finché la sinistra considererà il coraggio lineare, il radicamento territoriale e l’appartenenza nazionale come limiti anziché come valori universali da cui ripartire, rimarrà fatalmente scollegata dal sentimento profondo del Paese, lasciando alla destra il monopolio della narrazione sull’identità e sulla protezione dei cittadini.