Il Colosseo contro la Fogna (Meloni Italia – Solovjov Russia)

C’è un limite oltre il quale l’ironia della storia scivola nel grottesco, e quel limite viene varcato ogni sera quando Vladimir Solovjov — grafia che rende giustizia alla durezza del personaggio — decide di trasformare lo schermo in una fogna televisiva. Da questo pulpito intriso di livore, si levano accuse di fascismo contro l’Italia, un paradosso che farebbe sorridere i marmi del Foro Romano se solo potessero udire tali stridori. Da una parte abbiamo Roma, la culla del diritto e di una cultura millenaria che ha plasmato l’Occidente; dall’altra un regime che sembra aver scambiato la grandezza imperiale con la cieca prepotenza di chi non riesce nemmeno a gestire un’invasione oltre i propri confini.

È quasi commovente osservare lo sforzo titanico di questi imbonitori del Cremlino mentre cercano di spiegare al mondo cosa sia l’autoritarismo. Parliamo di un popolo che, tra lo zarismo e il centralismo sovietico, ha conosciuto la democrazia solo come una breve e confusa parentesi, contrapposto a una nazione che ha visto nascere il concetto stesso di cittadinanza. Mentre l’Italia si muove tra le complessità di una democrazia moderna, con i suoi dibattiti accesi e la sua libertà di critica, la fogna televisiva russa si limita a ruttare minacce nucleari e insulti gratuiti, dimostrando una povertà intellettuale che nessuna parata militare può nascondere.

La differenza abissale si palesa proprio sul campo di battaglia, dove la retorica della “Grande Madre Russia” si infrange contro la realtà di un conflitto che ha messo a nudo le ruggini di un sistema inefficiente. Un regime che non è in grado di occupare un Paese confinante, nonostante le sbandierate superiorità tecnologiche, dovrebbe forse usare maggiore cautela nel dare lezioni di forza o di politica a chiunque altro. Invece, la strategia è quella di gridare più forte, sperando che il rumore copra il suono dei fallimenti logistici e strategici.

Mentre Giorgia Meloni rappresenta una continuità istituzionale all’interno di un quadro europeo solido, Solovjov e i suoi sodali restano prigionieri di un teatrino dell’orrore dove l’unica regola è la fedeltà assoluta al capo. Non è più politica, è puro intrattenimento per anime smarrite, una messa cantata dove si santifica la guerra e si demonizza l’altro per evitare di guardarsi allo specchio. Roma non ha bisogno di urlare la propria storia perché i suoi monumenti e la sua influenza sono scolpiti nel tempo, mentre il destino di certe narrazioni tossiche è quello di essere spazzate via non appena la corrente della storia deciderà di pulire i canali di quella stessa fogna televisiva.

In questo scontro tra l’eternità e la propaganda spicciola, il vincitore è già scritto nei libri che ancora devono essere stampati. Da una parte resta la bellezza complessa e libera di una civiltà che non teme il confronto; dall’altra rimane solo il fumo di una retorica che, per quanto incattivita, non riesce a nascondere la fragilità di un potere che si regge sulla paura anziché sulla grandezza.

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