L’ESTETICA DELLO SCHIFO: SE LA TV PUBBLICA CI INSEGNA A GUARDARE DAL BUCO DELLA SERRATURA

Dalla “pornografia del dolore” al caso Rogoredo: l’inquinamento mentale finanziato dai cittadini.

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C’è un’immagine che riassume il nostro tempo meglio di qualunque saggio sociologico: una tazzina di caffè poggiata sul centrino di un salotto di provincia, mentre lo schermo piatto vomita dettagli autoptici, pianti a comando e primi piani ravvicinati sulle siringhe infilate nel fango di Rogoredo. È la colazione del nuovo millennio: un mix tossico di caffeina e pornografia del dolore.

Abbiamo trasformato la tragedia umana in un genere di conforto. Lo stereotipo della casalinga che spia dal buco della serratura non è più un retaggio del dopoguerra o un bozzetto neorealista; è diventato il modello di business scientifico su cui poggiano i palinsesti della mattina e del pomeriggio. Non si informa: si scava. Si scava nel dolore di una madre, nel silenzio di un sospettato, nel degrado di un tossicodipendente trattato come una fiera da circo in un safari mediatico senza fine.

Il Safari dell’Abiezione e lo Spazio ai Delinquenti

Il caso Rogoredo è l’emblema di questo fallimento. Le telecamere non entrano nel “bosco dello spaccio” per denunciare l’assenza dello Stato o per proporre soluzioni sanitarie strutturali; ci entrano per il gusto del macabro. Il tossicodipendente non è più una persona da recuperare, ma un figurante di un’opera tragica.

Ancora più grave è lo spazio concesso ai delinquenti. Per alzare lo share, si dà il microfono a chi della violenza e del sopruso ha fatto una cifra stilistica. Si creano “personaggi” laddove ci sono solo criminali, alimentando un’indignazione a comando che permette allo spettatore di sentirsi moralmente superiore restando comodamente seduto sul divano. È l’estetica dello schifo: si mostra il mostro per rassicurare la massa e confermare i peggiori pregiudizi.

Il Tradimento del Servizio Pubblico: Cosa c’è di “Pubblico”?

La nota più dolente, tuttavia, non risiede nelle emittenti commerciali — che per loro natura inseguono il profitto — ma nella TV pubblica finanziata dagli italiani. Qui il paradosso si fa vergogna sociale. Il canone Rai nasce con un mandato etico: educare, informare, elevare il dibattito culturale. Eppure, se accendiamo la TV di Stato nelle fasce meridiane, troviamo un “tribunale del popolo” permanente, alimentato con i soldi dei contribuenti.

Che cosa c’è di “pubblico” nell’analizzare per ore la traiettoria di un proiettile o nel ricostruire in 3D uno stupro? Quale valore aggiunto porta alla nazione la morbosità di un inviato che presidia la porta di un tribunale per mesi, sperando di intercettare un soffio di disperazione?

La TV pubblica ha scelto di abdicare al suo ruolo di guida per diventare complice del degrado. Invece di fare da argine alla deriva trash, la rincorre per paura di perdere decimali di share, trasformando la missione educativa in una macchina di propaganda dell’ansia.

La Prevenzione Mentale: Una Domanda Pleonastica

Sorge allora una domanda che suona pleonastica ma è fondamentale: perché investiamo miliardi in prevenzione sanitaria fisica — campagne contro il fumo, i virus, il colesterolo — e accettiamo passivamente l’assenza totale di una prevenzione mentale?

Siamo terrorizzati dai batteri, ma permettiamo che i media infettino ogni giorno milioni di menti con dosi massicce di angoscia, rabbia e sospetto. Fare prevenzione mentale significherebbe spegnere i riflettori sull’orrore gratuito per accenderli sulla comprensione e sull’empatia. Ma la rabbia sociale è un combustibile troppo prezioso: un cittadino spaventato è un cittadino manipolabile. L’ansia fattura, la serenità no. Il sistema preferisce un pubblico malato di nervi piuttosto che una cittadinanza consapevole.

Conclusione: L’Igiene Democratica

Il Servizio Pubblico si è trasformato in un servizio “anti-pubblico”. Invece di servire la crescita culturale, serve una dieta di paura, facendola pure pagare a chi la subisce. Non è solo cattiva televisione; è un attacco alla salute mentale della collettività. Se lo Stato usa le risorse dei cittadini per ammalarne lo spirito, sta venendo meno al suo compito primario.

Dovremmo ricordarci che, mentre guardiamo nel buco della serratura dei delitti, la vita vera — quella fatta di dignità, di sfide silenziose e di intelligenza — ci sta passando accanto. Ed è una vita che non ha bisogno di share per brillare, ma avrebbe disperatamente bisogno di un pubblico capace di riconoscerla e di un’informazione che smetta, finalmente, di scavare nella fogna quotidiana.