La Cattedra del Fango: Se il Pusher Giudica lo Stato

Mentre la Polizia destituisce i propri uomini con rigore inflessibile, la stampa trasforma lo spacciatore di Rogoredo in un opinionista dei diritti civili. Un corto circuito morale dove chi sbaglia in divisa sparisce, mentre chi delinque in strada diventa una “voce autorevole”.

C’è una distorsione profonda nel modo in cui l’Italia racconta se stessa. Da una parte, il Capo della Polizia Pisani firma atti di destituzione: una condanna professionale definitiva che cancella anni di carriera per chi non ha onorato il giuramento. È il massimo grado di auto-pulizia istituzionale. Il poliziotto che sbaglia viene espulso dal corpo sociale dello Stato. Fine dei giochi.

Dall’altra parte, nel degrado di Rogoredo, accade l’opposto. Lo spacciatore non solo non viene “destituito” dalla strada, ma viene invitato a salire in cattedra. Alcuni giornali, con un misto di malo giornalismo pretestuoso e perdita totale della bussola etica, gli consegnano il microfono.

Il ribaltamento dei ruoli: il criminale che insegna

Vedere un pusher che, dalle pagine di un quotidiano nazionale, si lamenta dei “metodi rudi” delle forze dell’ordine è il trionfo dell’ipocrisia.

• Il poliziotto è un bersaglio: Se sbaglia, la sua vita professionale finisce sotto la scure della destituzione.

• Il pusher è un intoccabile mediatico: Può continuare a vendere veleno e, nel tempo libero, recitare la parte della vittima.

Dare spazio a queste lamentele non è “dare voce a chi non ce l’ha”. È fornire una tribuna a chi usa il diritto di cronaca come uno scudo per proteggere i propri traffici. È una forma di complicità morale: se il giornale accredita la versione del delinquente, l’agente che domani dovrà entrare in quel boschetto si sentirà le mani legate, colpevolizzato in anticipo da un titolo di giornale.

Il paradosso dei fondi pubblici

L’ipocrisia si fa ancora più densa quando si realizza che molte delle testate nazionali che offrono questa cattedra pubblica ai pusher di Rogoredo sono le stesse che sopravvivono grazie ai finanziamenti pubblici.

Si viene a creare un sistema surreale: lo Stato finanzia, con i soldi dei contribuenti, giornali che poi utilizzano quegli stessi fondi per delegittimare l’azione dello Stato sul territorio, dando risalto alle rimostranze di chi la legge la calpesta ogni ora. È un corto circuito dove il cittadino paga due volte: prima per la propria sicurezza e poi per la propaganda di chi quella sicurezza la minaccia.

Il poliziotto destituito ha smesso di essere un poliziotto. Il pusher che rilascia interviste resta un pusher, punto. Ma lo spazio che gli viene concesso resta lì, sospeso, pagato da tutti noi.

L’editoria a spese del contribuente: i numeri del sistema

Il sostegno pubblico all’editoria in Italia si articola in diverse linee di finanziamento. Secondo i dati ufficiali del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio e le rilevazioni sugli stanziamenti del Fondo Straordinario, il sistema riceve risorse che superano i 140 milioni di euro annui.

Di seguito, i principali beneficiari tra contributi straordinari (copie vendute/investimenti) e contributi diretti:

• Gruppo RCS (Corriere della Sera): oltre 11,3 milioni di euro.

• Gruppo GEDI (Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX): oltre 6,7 milioni di euro.

• Cairo Editore: oltre 5,2 milioni di euro.

• Editoriale Il Fatto (Il Fatto Quotidiano): oltre 1,3 milioni di euro (da Fondo Straordinario/Digitalizzazione). Nota: pur dichiarando di non percepire contributi “diretti” (per cooperative), la testata beneficia dei rimborsi legati al Fondo Straordinario e alla modernizzazione.

• Avvenire: oltre 2,7 milioni di euro.

• Libero Quotidiano: oltre 2,7 milioni di euro.

• Il Manifesto: oltre 1,5 milioni di euro.

• Il Foglio: oltre 1 milione di euro.

I dati provengono dai decreti di riparto ufficiali pubblicati sul portale della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

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