Dalla Piazza di Giuliani alla Stazione di Rogoredo: il rito mediatico che processa la divisa e nobilita l’anomia

Sussiste una peculiare estetica del decadimento che sembra esercitare un fascino irresistibile su certa pubblicistica nazionale: quella che si consuma tra le pieghe urbane di Rogoredo. Ci troviamo dinanzi a un canovaccio narrativo ormai consolidato, dove la cronaca abdica al suo ruolo informativo per farsi agiografia selettiva. Da un lato, si assiste alla vivisezione clinica dell’operatore in divisa — la cui eventuale condotta censurabile diviene oggetto di un’esegesi quasi escatologica — dall’altro, si osserva la trasfigurazione del sodale del narcotraffico, dipinto con tinte che ne suggeriscono una sofferta, quanto improbabile, redenzione laica.

L’Attesa Messianica del “Caso”

È difficile non scorgere, in certi ambienti della dialettica politica, un’attesa quasi messianica per l’incidente di percorso, per quella frizione tra autorità e marginalità che consenta di riattivare i consueti riflessi condizionati. Questa “occasione aurea” permette di stendere un velo pietoso su decenni di inerzia amministrativa nelle periferie, preferendo concentrare il fuoco dell’indignazione sulla contingenza di un singolo errore.

In tale contesto, non manca mai il ricorso alla caricatura sistematica dell’avversario politico, spesso ridotto a feticcio polemico per sviare l’attenzione dalle responsabilità di chi, nel tempo, ha eletto la “tolleranza” a surrogato di una reale politica sociale. È il trionfo dell’astrazione: si sbeffeggia il politico di turno per non dover guardare l’abisso quotidiano di chi in quei quartieri ci vive.

La Liturgia della Memoria Selettiva

Il timore, suffragato da precedenti che ancora gravano sulla memoria collettiva, è che la narrazione odierna preluda a una sorta di apoteosi dell’illegittimo. Il rischio che la stazione di Rogoredo possa essere idealmente elevata a sacrario della “vittima collaterale” — seguendo quella scia semantica che anni addietro vide l’elevazione di figure come Carlo Giuliani a martiri civili — appare tutt’altro che remoto.

Si tratta di una strategia di ribaltamento assiologico: elevare colui che insidia l’ordine e la salute pubblica a icona di una presunta resistenza sociale, delegittimando al contempo chi, con mezzi spesso esigui, è chiamato a presidiare la legalità. Si preferisce il martire irregolare al cittadino probo che chiede, banalmente, di non calpestare siringhe per accedere a un binario.

L’Invisibilità del Cittadino

Mentre si esercita questa minuziosità analitica sul “dettaglio infelice” della divisa, si registra una distrazione quasi ontologica verso il quotidiano eroismo dei residenti, costretti a un’esistenza di rinunce e timori. Non leggerete mai un’inchiesta altrettanto dettagliata sulle responsabilità di chi ha permesso che il degrado divenisse l’unica legge vigente a Rogoredo e in tante altre periferie italiane. Per certa stampa, la sofferenza di chi rispetta le regole è un “rumore di fondo” fastidioso, un’istanza bollata come populismo da ignorare in favore di una più spendibile narrazione vittimistica.

La Responsabilità del Silenzio

In conclusione, ci troviamo di fronte a una forma di “viltà intellettuale” che predilige la canonizzazione dell’irregolare alla difesa della comunità. Si analizza la “mela marcia” col microscopio per non dover ammettere l’aridità di un intero frutteto, coltivato per anni con l’acqua dell’indifferenza e di una fallace visione del bene comune. Questa dinamica non appare come un semplice errore di cronaca, ma come un preciso disegno di sostituzione della realtà con l’ideologia.

La domanda resta sospesa: quando la penna tornerà a servire la strada e i suoi abitanti, anziché i salotti che si nutrono di martiri di cartapesta?

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