Il “Progressismo” che torna indietro: L’antisemitismo a sinistra
Thank you for reading this post, don’t forget to subscribe!L’espressione “Meglio maiale che sionista”, apparsa recentemente nelle cronache e commentata su Repubblica, non è un semplice slogan da corteo: è il sintomo di una mutazione genetica in una parte della sinistra contemporanea. Quando la critica politica scivola nella disumanizzazione — paragonando l’avversario a un animale “impuro” o “inferiore” — il confine tra legittimo dissenso e odio ancestrale evapora.
1. La maschera dell’Antisionismo
Il trucco semantico è ormai consolidato: sostituire la parola “ebreo” con “sionista” per rendere accettabili concetti che, altrimenti, richiamerebbero i periodi più bui del Novecento. Dire “meglio maiale che sionista” non è una critica circostanziata al governo israeliano o alle sue strategie militari; è un attacco all’essenza stessa di un’identità. Il sionismo, per la stragrande maggioranza degli ebrei nel mondo, rappresenta il diritto all’autodeterminazione. Negare questo diritto con toni così feroci significa, di fatto, escludere l’ebreo dal consesso umano e civile.
2. La trappola del binarismo ideologico
In una visione del mondo divisa rigidamente tra “oppressori” e “oppressi” (figlia di una certa interpretazione dell’intersezionalità), Israele è stato catalogato come l’oppressore coloniale per eccellenza. Questa semplificazione ignora la complessità storica e finisce per resuscitare vecchi tropi antisemiti:
• Il complotto: L’idea che i “sionisti” agiscano come una piovra che controlla media e finanza.
• La disumanizzazione: L’uso di metafore bestiali che servono a togliere dignità alla vittima prima ancora di colpirla politicamente.
3. Il tradimento della missione universalista
La sinistra nasce come movimento universalista, baluardo contro il razzismo e la discriminazione di ogni tipo. Quando tollera al suo interno slogan che degradano l’altro, tradisce la sua stessa ragione d’essere. Il silenzio o la giustificazione di certi eccessi (spesso derubricati come “rabbia comprensibile”) sono i primi passi verso la normalizzazione del pregiudizio.
Questa celebre frase della fine dell’Ottocento resta di un’attualità bruciante. Chi crede di combattere per la giustizia sociale utilizzando il linguaggio dell’odio etnico non sta facendo politica: sta alimentando un incendio che, storicamente, finisce per travolgere le fondamenta stesse della democrazia.
Il caso sollevato da Repubblica ci ricorda che l’odio non è mai un fenomeno a compartimenti stagni. Se la sinistra vuole recuperare la sua funzione di guida morale e civile, deve avere il coraggio di guardarsi allo specchio e purgare quel linguaggio che, dietro la pretesa di difendere i diritti, finisce per rincorrere i fantasmi del passato. La verità e la giustizia non si trovano mai negli slogan che negano l’umanità altrui, ma nella capacità di affrontare la complessità del reale senza cedere alla ferocia verbale.






