Il video dei magistrati che si scatenano in pista, diffuso dai canali di Tgcom24, non è soltanto l’istantanea di un momento di svago fuori luogo, ma la certificazione plastica di un naufragio istituzionale che investe tanto chi dovrebbe giudicare quanto chi dovrebbe informare. Da una parte abbiamo i custodi della legge che scambiano il prestigio della toga con la smania di apparire, offrendo uno spettacolo che definire grottesco è un eufemismo. Dall’altra parte, il silenzio assordante dei grandi quotidiani nazionali come il Corriere, Repubblica e La Stampa trasforma una caduta di stile in una vera e propria operazione di rimozione collettiva.
L’indecenza di vedere figure che incarnano la massima severità repubblicana abbandonarsi a coreografie da villaggio turistico è pari solo alla scelta editoriale di ignorare l’evento. Mentre l’opinione pubblica osserva sbigottita la metamorfosi del rigore in intrattenimento leggero, le grandi testate decidono che il cittadino non deve sapere, non deve vedere e, soprattutto, non deve giudicare. Questo paternalismo informativo non è altro che un velo pietoso steso sopra un sistema che preferisce la complicità del silenzio alla trasparenza della critica, confermando l’esistenza di un cordone sanitario attorno a una casta che si sente ormai intoccabile persino nel ridicolo.
Il risultato è un’informazione mutilata che abdica al proprio ruolo di controllo per farsi scudo umano di un’istituzione in crisi d’identità. Quando il giornalismo seleziona quali scandali pubblicare in base all’opportunità politica o al timore di scontentare i palazzi, cessa di essere un servizio pubblico e diventa un complice silenzioso. In questa danza dell’assurdo, a restare immobile è solo la credibilità di un Paese dove chi sbaglia balla e chi dovrebbe raccontarlo si gira dall’altra parte, lasciando che il senso delle istituzioni affondi sotto i colpi di un’ipocrisia condivisa.