Torino è stata teatro di uno spettacolo politico che non può che essere definito con una parola: indecenza. Mentre i movimenti della sinistra radicale riempivano le strade per scagliarsi contro la “guerra sionista”, la realtà dei fatti è esplosa loro in faccia attraverso le voci della comunità iraniana. “Difendete il regime”, è stato il grido di chi, fuggito da una teocrazia che impicca i giovani e opprime le donne, non può accettare che la propria lotta venga calpestata da una retorica occidentale miope e ideologizzata.
È un’indecenza intellettuale quella di chi, in nome di un antimperialismo a senso unico, finisce per offrire una sponda morale ai carnefici di Teheran. La piazza torinese ha mostrato il volto peggiore di un certo attivismo: quello che seleziona accuratamente quali diritti umani difendere e quali ignorare in base a convenienze geopolitiche polverose. Per questi manifestanti, il nemico del proprio nemico diventa un alleato da non disturbare, anche se quell’alleato è un regime che soffoca nel sangue ogni anelito di libertà.
Il paradosso è brutale. Chi si professa paladino degli oppressi si è ritrovato sul banco degli imputati proprio davanti a chi l’oppressione la subisce davvero. Gli iraniani presenti in piazza hanno squarciato il velo di ipocrisia, ricordando che non può esserci giustizia se si chiudono gli occhi davanti ai crimini di una dittatura religiosa per puro calcolo ideologico. Manifestare per la pace mentre si tace sulle atrocità del regime iraniano non è un atto di coraggio civile, è una forma di complicità mascherata da pacifismo.
Questa ennesima figuraccia segna un punto di non ritorno. La pretesa superiorità morale di una certa parte politica crolla miseramente quando si scontra con la testimonianza diretta dei dissidenti. Se la bussola etica di una piazza punta sempre e solo in una direzione, ignorando i patiboli di Teheran, allora quella bussola è rotta. E il risultato non è una mobilitazione per la libertà, ma un insulto indecente a chi per la libertà sta dando la vita.