IL DOPPIO CENTRO DI TRUMP E IL LUTTO DEI SALOTTI: SE IL TIRANNO È “STABILE”, LA SINISTRA NON NE VUOLE LA FINE

Dalle manette a Maduro alle bombe su Teheran: la caduta dei “bersagli impossibili” manda in tilt il giornalismo woke, incapace di perdonare al Tycoon il successo che la diplomazia del matcha latte ha fallito per decenni.

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MILANO/PARIGI – Se c’è una cosa che la morte dell’Ayatollah Khamenei ha reso evidente in questa domenica di marzo, non è solo la fine di un’era teocratica a Teheran, ma il collasso nervoso del giornalismo mainstream progressista. Osservare gli speciali in TV e leggere le testate della sinistra “illuminata” è diventato un esercizio di equilibrismo logico che rasenta il ridicolo: un mix di imbarazzo ideologico e incapacità cronica di riconoscere un successo tattico all’avversario di sempre.

Il tabù del “centro” di Trump

Il dato oggettivo è nudo: Donald Trump ha fatto centro. Per la seconda volta in due mesi, ha eliminato un vertice del terrore globale con un’operazione chirurgica su un bersaglio in movimento, tecnicamente difficilissima. Eppure, nei salotti televisivi, la parola “successo” è impronunciabile. Si assiste a una sorta di lutto intellettuale mascherato da analisi geopolitica, dove l’omissione del merito è la regola: non si parla della precisione del colpo, ma solo delle “conseguenze catastrofiche” (che puntualmente vengono evocate per evitare di dover ammirare l’azione).

Il “Format” della negazione: da Caracas a Teheran

Lo spartito è lo stesso già suonato a gennaio 2026, quando l’operazione lampo a Caracas portò alla cattura di Nicolás Maduro. Anche allora, mentre le piazze venezuelane esplodevano in un pianto di liberazione, i nostri editorialisti si concentravano sul “metodo cowboy”, definendo il prelevamento del dittatore un “sequestro di persona internazionale” che calpestava il diritto dei popoli (quelli oppressi, evidentemente, non contavano).

Oggi, con Khamenei, il copione si ripete:

• L’illegalità dell’efficacia: La colpa imperdonabile di Trump non è l’azione, ma il fatto che funzioni. Il giornalismo woke non sopporta che bersagli definiti per anni “intoccabili” vengano neutralizzati ridicolizzando decenni di dotte analisi sulla “pazienza strategica”.

• La nostalgia del tiranno “stabile”: Per una certa sinistra radicale, Maduro era il “baluardo anti-imperialista” e Khamenei il “perno della stabilità”. Una volta rimossi, la preoccupazione dei media non è il futuro dei diritti civili, ma il fastidio estetico che a liberarli sia stato l’uomo con la cravatta rossa.

La rassegna dello sgomento

Mentre i dissidenti iraniani ballano (clandestinamente o meno) e il Venezuela prova a ripartire, i titoli dei quotidiani d’area trasudano ansia:

• Il Fatto Quotidiano: “Raid Usa-Israele: 30 bombe per uccidere Khamenei. È l’aggressione che non indigna” (con il solito focus sui “doppi standard”).

• Repubblica/La Stampa: Titoli che oscillano tra “Escalation pericolosa” e lo sgomento per un Trump che “ora punta alla Groenlandia”, quasi a voler distogliere lo sguardo dal cadavere eccellente di Teheran.

• Il Manifesto: Un cupo editoriale sulla “fine della sovranità” sotto i colpi dell’imperialismo, come se la teocrazia fosse stata una democrazia svizzera.

In definitiva, la “Sinistra ZTL” appare offesa. È l’offesa di chi vede crollare la propria religione laica: quella secondo cui con il male bisogna dialogare all’infinito perché la forza è “roba da populisti”. Trump ha dimostrato che i mostri sacri possono cadere, e in fretta. E per il mondo dei salotti, questa brutale lezione di realtà è il peccato originale che non gli verrà mai perdonato.

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