Un rapper trasmette in diretta, ai suoi oltre un milione di follower, la perquisizione della propria casa — cocaina, hashish, una pistola clandestina con matricola abrasa, 50 proiettili — mentre inquadra il volto e diffonde la voce degli agenti senza consenso. Il risultato: arresto, sì, ma solo perché in casa c’era droga e un’arma. Se in quella casa non ci fosse stato nulla di illegale, quella diretta — che espone identità e volti di funzionari pubblici in servizio a un milione di persone, in un momento delicato di un’operazione di polizia — sarebbe rimasta online senza conseguenze immediate, a discrezione di una piattaforma californiana.
È qui che l’argomento di chi dice “lasciamo fare alle piattaforme” crolla: Meta, TikTok e YouTube non hanno alcun obbligo legale di intervenire in tempo reale, non rispondono a un magistrato italiano, e le loro policy di rimozione si muovono su tempi che si misurano in ore o giorni — un’eternità quando il danno (la diffusione di volti di agenti, l’istigazione emulativa su un pubblico di minorenni) si consuma nei secondi della diretta stessa. Delegare a un’azienda privata straniera, con sede legale altrove e interessi commerciali propri, la responsabilità di tutelare l’ordine pubblico italiano non è prudenza: è un vuoto di sovranità travestito da moderazione.
Il punto, però, non è dare alla polizia un potere illimitato di spegnere account a piacimento — sarebbe incostituzionale, e giustamente: l’articolo 21 protegge la libertà di espressione anche di chi non piace. La soluzione più solida è un’altra, e l’Italia ha già il modello per costruirla: il Daspo urbano, introdotto nel 2017, permette già oggi a un questore di vietare l’accesso a specifiche aree della città a chi ha tenuto comportamenti pericolosi per l’ordine pubblico — una misura preventiva, non una condanna, con possibilità di ricorso al giudice. Un “Daspo digitale” costruito sullo stesso impianto — non decisione arbitraria della polizia, ma provvedimento con convalida di un magistrato entro 48 ore, come già avviene per altre misure restrittive della libertà personale — permetterebbe di sospendere temporaneamente la capacità di trasmettere in diretta a chi la usa per esporre operazioni di polizia in corso, glorificare reati commessi in tempo reale o istigare emulazione, lasciando intatto invece il diritto di parlare, scrivere, pubblicare contenuti che non costituiscano reato.
Non sarebbe nemmeno una novità assoluta nel panorama europeo: il Digital Services Act già impone alle piattaforme obblighi di rimozione rapida per contenuti illeciti, riconoscendo che l’autoregolamentazione volontaria non basta. Manca solo il tassello nazionale — uno strumento che permetta a un giudice italiano, non a un algoritmo di moderazione californiano, di decidere quando la diretta di qualcuno smette di essere satira o cronaca di sé stessi e diventa un rischio concreto per chi indossa una divisa.
Va detto, per onestà, che non tutti condividono questa lettura: chi è scettico verso nuovi poteri restrittivi teme che uno strumento come questo, una volta creato, possa essere esteso oltre lo scopo iniziale — usato non solo contro chi trasmette perquisizioni in corso, ma contro chiunque pubblichi contenuti scomodi per le istituzioni. È il rischio che accompagna ogni misura preventiva, dal Daspo sportivo in poi, e resta un argomento serio da tenere sul tavolo prima di scrivere la norma.