Un sondaggio Insa pubblicato il 10 agosto dà l’AfD al 42% in Sassonia-Anhalt, quasi il doppio della Cdu di Friedrich Merz, ferma al 22%: alle regionali del 6 settembre il partito guidato da Alice Weidel punta a una maggioranza assoluta mai raggiunta prima da nessuna sua sezione territoriale. A livello nazionale il quadro non è troppo diverso — 27-29% nei sondaggi, sette punti sulla Cdu/Csu — e persino a Berlino, roccaforte storica della sinistra tedesca, l’AfD risulta oggi primo partito. Tutto questo mentre resta in piedi la Brandmauer, il “muro tagliafuoco” con cui gli altri partiti si sono impegnati per anni a non allearsi mai con l’estrema destra, e mentre i servizi segreti tedeschi classificano la sezione dell’AfD in Sassonia-Anhalt come caso accertato di estremismo.
Il muro, evidentemente, isola dal governo ma non dai voti. E più lo si alza, più cresce chi ci sta dietro: è il paradosso che nessuno, tra i partiti tradizionali, sembra disposto a guardare in faccia.
La spiegazione più comoda, quella che circola nei talk show e nelle redazioni, è che si tratti di propaganda, disinformazione, algoritmi impazziti. Più raramente si affronta la spiegazione più scomoda: che milioni di persone stiano semplicemente votando quello che vedono con i propri occhi ogni giorno, uscendo di casa. Chi è nato nei primi anni Settanta, in Italia come in Germania, Francia, Inghilterra o Spagna, ha visto le periferie delle proprie città cambiare in modo quasi irriconoscibile nell’arco di una vita — non per sentito dire, ma perché ci ha abitato, ci ha camminato, ci ha fatto la spesa. Composizione demografica, lingue parlate per strada, negozi, abitudini, persino gli odori dei quartieri: un cambiamento reale, visibile, che le statistiche istituzionali continuano a raccontare in percentuali e proiezioni mentre chi lo vive lo racconta con un’altra unità di misura, quella dell’esperienza diretta.
È qui che la retorica dell’accoglienza a ogni costo, ripetuta per vent’anni come unico registro moralmente accettabile, ha smesso di funzionare come argomento politico e ha iniziato a suonare, per una parte crescente dell’elettorato, come un rifiuto sistematico di ascoltare quello che raccontava. Non servono trent’anni di sociologia per capire il meccanismo: quando l’unica risposta ammessa a un disagio reale è la rassicurazione che quel disagio non dovrebbe esistere, chi lo prova smette di cercare ascolto tra chi lo nega e lo cerca altrove — anche molto più in là di dove avrebbe votato in origine. È la coperta troppo corta: tirarla tutta verso la sicurezza culturale scopre chi crede nell’integrazione; tirarla tutta verso l’accoglienza indiscriminata scopre chi si sente, letteralmente, spaesato in casa propria. I partiti di governo, in Germania come altrove, hanno scelto per anni di scoprire la seconda categoria, convinti che fosse la più silenziosa. Non lo è più, e i sondaggi di queste settimane sono la fattura di quel calcolo sbagliato.
Il risultato è una radicalizzazione progressiva e silenziosa del voto, di cui l’AfD è solo la punta più visibile: partiti che vent’anni fa sarebbero stati bollati senza appello come estremi — pensiamo a Vox in Spagna o al fenomeno Vannacci in Italia — oggi occupano uno spazio che buona parte dell’elettorato percepisce ormai come moderato, semplicemente perché rappresenta l’unica offerta politica disposta a nominare apertamente un disagio che altrove viene sistematicamente derubricato a pregiudizio. Non è un caso isolato tedesco. È un sintomo che si ripete, con accenti diversi, in ogni Paese che ha scelto per anni di scoprire lo stesso lato della coperta.
di MR Lutzen