Corrado Malanga, ex ricercatore di chimica all’Università di Pisa e per anni responsabile scientifico del Centro Ufologico Nazionale, compare in un nuovo video dal titolo “Corrado Malanga: terremoti, caldo record e Ufo”, pubblicato dal canale Tag24: 13 minuti in cui ipotizza presunti legami tra il terremoto che ha devastato la Colombia e presenze aliene. Gli stessi uploader, va detto a loro merito, hanno accompagnato il video con una nota di responsabilità: “Le tesi attribuite a Corrado Malanga vengono presentate come parte del suo modello interpretativo, non come fatto scientifico accertato”. Poche righe che bastano, evidentemente, a mettere la coscienza a posto — indipendentemente da quanto assurdo sia il contenuto che segue.
Sotto contenuti come questo, i commenti raccontano forse più del video stesso: “sei un grande”, “bravo”, “tu sì che dici le cose come stanno”. Non dubbi, non richieste di prove, non un solo “ma è sicuro?” — solo conferma, ripetuta all’infinito da un pubblico che non sta valutando un’affermazione, sta applaudendo un rituale. È il meccanismo psicologico più vecchio del mondo travestito da commento social: non si cerca la verità, si cerca qualcuno che dica ad alta voce quello che si vuole già sentirsi dire. E più il pubblico si allarga, più il ciclo si autoalimenta, perché ogni “bravo” in calce funziona da certificato di credibilità per il prossimo spettatore, in un loop che non ha bisogno di avere ragione per continuare a girare — ha solo bisogno di continuare a piacere.
Verrebbe da chiedersi: ma è legale? La risposta, con buona pace di chi si aspetterebbe una denuncia per procurato allarme, è sì, lo è — e non per un vuoto normativo distratto, ma per una scelta legislativa precisa. L’articolo 658 del codice penale punisce chi comunica notizie false alle autorità pubbliche, causando l’intervento di soccorsi non necessari, oppure chi diffonde notizie idonee a turbare concretamente l’ordine pubblico. Un video che ipotizza un collegamento tra sismi e alieni, per quanto surreale, non si rivolge a un’autorità e — salvo produrre un impatto misurabile, gente che fugge, linee di emergenza intasate — non integra quel “turbamento” che la norma richiede. Resta, semplicemente, un’opinione. Sbagliata, indimostrabile, ma un’opinione.
E in Italia non esiste nemmeno un reato generale di “fake news”: tentativi di introdurlo ce ne sono stati diversi negli anni, tutti arenati, perché confliggono con l’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di manifestazione del pensiero. Le uniche sanzioni concrete sulla disinformazione scattano in ambiti specifici e regolati — mercati finanziari, propaganda elettorale, dichiarazioni sanitarie durante emergenze normate per decreto — non per chi, davanti a una telecamera, collega un terremoto a una civiltà extraterrestre.
C’è poi un problema più largo, che riguarda non chi parla ma chi lo mette in vetrina. La Corrida, il programma dei dilettanti allo sbaraglio, si fonda da decenni su un patto apparentemente semplice: chiunque può salire su un palco, esibirsi, farsi giudicare — spesso deridere — dal pubblico, in cambio di qualche minuto di visibilità nazionale, con tanto di liberatoria firmata. Ma un modulo firmato risolve solo il problema legale, non quello morale: tra i concorrenti che si esibiscono consapevoli della propria comicità involontaria, si mescolano regolarmente persone per cui quella performance non è ironia, ma il sintomo visibile di un disagio reale che il pubblico coglie perfettamente — ridendone comunque. È lo stesso meccanismo, spostato di pochi gradi, che alimenta milioni di visualizzazioni di contenuti come questo, spesso rilanciati da chi — pensiamo a personaggi come Red Ronnie — ha costruito parte di una carriera nel presentare il bizzarro come fenomeno da commentare, più che da verificare. Nessuno chiede se la persona dietro il contenuto stia bene, o se creda davvero a quello che dice. Si chiede solo se il contenuto renda.
Il punto, in fondo, non è tanto giuridico quanto culturale — e chi ha seguito le vicende di questi giorni tra Lavitola, Ranucci e il sondaggio per una candidatura mai dichiarata riconoscerà lo stesso meccanismo di fondo. Non serve infrangere una legge per erodere la fiducia pubblica: basta che nessuno, nel punto in cui il messaggio arriva al pubblico, si prenda la briga di dire “questo non è vero”, o di chiedersi se pubblicarlo sia comunque la cosa giusta da fare. La legge non obbliga nessuno a smentire, né a filtrare; se qualcuno lo fa, è perché ha scelto di farlo, non perché costretto. E quando quel qualcuno manca — che si tratti di una piattaforma senza filtro editoriale, di una produzione televisiva senza scrupoli, o di un amico che non fa la domanda scomoda — la fesseria e lo sfruttamento viaggiano liberi, protetti non dalla verità ma semplicemente dal silenzio di chi avrebbe potuto, e dovuto, dire qualcosa.