Chissà cosa avrebbero detto Faber e Guccini di chi parla per loro

Alice De André è nata il 12 maggio 1999, quattro mesi dopo la morte del nonno Fabrizio, avvenuta l’11 gennaio dello stesso anno. Non lo ha mai visto, non lo ha mai sentito parlare, non ha mai scambiato con lui una parola. L’unico contatto, per sua stessa ammissione in un’intervista di qualche anno fa, è stata “una carezza quando era ancora nel ventre materno”. Eppure oggi si sente nella posizione di stabilire, sui social e con assoluta sicurezza, cosa suo nonno “avrebbe chiesto” a Matteo Salvini al concerto tributo di questi giorni, e se “avrebbe fermato il concerto” — con la sicurezza di chi ha ereditato non solo un cognome ma un’autorità morale mai realmente maturata, chi meriti di ascoltare le canzoni del nonno e chi no.

È il paradosso perfetto della rendita di parentela: più la si esercita con sicurezza, meno serve averne titolo. Alice De André lo ha persino ammesso lei stessa, in un’altra occasione, dicendo di sentirsi “per molti l’ennesimo prodotto della linea De André & family” — una lucidità che purtroppo non le ha impedito di comportarsi esattamente come quella linea di prodotto vorrebbe: parlare a nome di un morto che non ha mai conosciuto, con la sicurezza di chi non deve dimostrare nulla, perché il cognome dimostra già tutto.

Suo padre Cristiano, va detto, ha almeno avuto la franchezza di costruirci sopra una carriera dichiarata: il tour “De André canta De André”, ventitré anni di repliche del repertorio paterno, è un mestiere onesto nella sua stessa etichetta — non pretende di essere altro da ciò che è, la gestione (legittima, remunerativa) di un’eredità artistica. Il problema comincia quando l’eredità smette di essere un repertorio da cantare e diventa un’autorità morale da brandire, come se il DNA trasferisse anche le opinioni politiche di chi non c’è più.

Il fenomeno, ovviamente, non riguarda solo la famiglia De André, ed è tutt’altro che nuovo: la musica, il cinema, il teatro e la politica italiana sono pieni di carriere che decollano non per il talento dimostrato ma per il cognome portato in dote — porte aperte che per chiunque altro resterebbero sbarrate, palchi concessi non per un’audizione superata ma per una parentela esibita, ruoli di primo piano assegnati a chi, semplicemente, era già dentro la stanza per nascita. Il pubblico, va detto a sua discolpa, spesso lo intuisce e lo perdona: c’è una tenerezza involontaria nel vedere un cognome importante trascinarsi dietro un erede meno dotato, quasi fosse un peso da compatire più che un privilegio da contestare.

Ma la vicenda di questi giorni aggiunge una variante più inquietante: non basta più occupare uno spazio artistico immeritato, ora si rivendica pure il diritto di interpretare — con piena autorità, senza contraddittorio possibile — il pensiero politico di chi non può più smentire nessuno. È la forma più comoda di eredità che esista: prendere in prestito la voce di un morto per dire esattamente quello che si pensava già da vivi.

Il copione si è ripetuto quasi identico pochi giorni fa, con la morte di Francesco Guccini. Repubblica, che nel tempo aveva raccolto le sue critiche più dure a Giorgia Meloni — “due facce”, una legata “all’endorsement a Vox” e allo slogan “io sono donna e cristiana”, l’altra “accomodante, atlantica, europeista”; e ancora, “l’origine non si dissimula, alla fine viene fuori: ha notato com’è violenta nei comizi?” — si è affrettata a rilanciarle proprio nelle ore del cordoglio, come a voler certificare che l’ammirazione dichiarata dalla premier per il cantautore fosse in qualche modo illegittima, smentita in anticipo dalle parole dello stesso Guccini. Peccato che Meloni non avesse nascosto nulla: nel suo ricordo pubblico aveva citato lei per prima quelle “dichiarazioni livorose”, promettendo comunque di continuare a cantare “Cirano” e “Cristoforo Colombo” perché, aveva scritto, “non mi appartiene e non mi apparterrà mai l’ideologia: sono una persona libera, e la libertà di leggere e ascoltare tutto — al di là delle differenze — sarà sempre la mia bussola”. Non serviva un giornale a ricordarglielo. Ma evidentemente c’è sempre qualcuno pronto a stabilire, per conto dei morti, chi ha il diritto di amarli e chi no.

E se proprio vogliamo giocare al gioco delle facoltà divinatorie, ce n’è uno più interessante da fare: chissà cosa avrebbero detto Fabrizio De André e Francesco Guccini di nipoti mai conosciute e di giornali solerti che, a distanza di anni o di poche ore dalla loro morte, si presentano a nome loro per giudicare chi ha il diritto di ascoltarli e chi ha il diritto di amarli. Uomini che hanno passato una vita a diffidare delle autorità costituite, delle gerarchie ereditarie e di chiunque parlasse “in nome di” — un potere, una fede, un popolo — avrebbero probabilmente riservato all’uso disinvolto del proprio nome lo stesso sguardo tagliente che riservavano ai perbenisti di ogni colore politico. Ma questo, ovviamente, non lo sapremo mai. Ed è proprio per questo che nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di saperlo al posto loro — nipoti e giornali compresi.

E a scanso di equivoci: probabilmente non lo sapremmo nemmeno noi, che scriviamo queste righe senza aver mai stretto la mano né a Faber né a Guccini, né bevuto un caffè con loro. Chissà cosa avrebbero detto di questo pezzo, di questo giornale, di chiunque oggi si arroghi il diritto di parlare a loro nome — noi compresi. Forse ci avrebbero risposto con una canzone. O più probabilmente, da uomini schivi qual erano, non ci avrebbero risposto affatto.

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