L’eroe socialista: il paladino dei valori europei e la sua corte giudiziaria

Nei giorni scorsi Pedro Sánchez ha impartito all’Italia una lezione di correttezza europea. Roma, secondo la nota della Moncloa, avrebbe agito con “argomenti pretestuosi e incompatibili con la verità”, danneggiando lo spirito comunitario. Vale allora la pena guardare come se la passa, sul fronte interno, il campione della legalità europea.

Cominciamo dalla cronologia, perché è impressionante anche solo elencata.

20 novembre 2025. Il Tribunal Supremo condanna Álvaro García Ortiz, procuratore generale dello Stato nominato dal governo Sánchez, per rivelazione di segreti: multa e due anni di inabilitazione dall’incarico. È la prima volta nella storia della democrazia spagnola che un procuratore generale viene condannato. La notizia è sul sito ufficiale del Consejo General del Poder Judicial, non su un blog di opposizione. Dettaglio non trascurabile: a gennaio 2026 García Ortiz è tornato a esercitare come magistrato della Procura presso lo stesso Tribunal Supremo, perché la sua succeditrice ha interpretato la sentenza nel senso che l’inabilitazione riguardasse soltanto il ruolo apicale.

27 novembre 2025. José Luis Ábalos, ex ministro dei Trasporti ed ex segretario all’Organizzazione del PSOE — l’uomo che ordinava le liste e distribuiva le cariche — entra in custodia cautelare: primo deputato in carica a finire in carcere dalla restaurazione democratica. A gennaio rinuncia al seggio. A giugno 2026 il Supremo lo condanna a ventiquattro anni per il giro di tangenti sull’acquisto di mascherine durante la pandemia.

Luglio 2026. L’Audiencia Provincial di Badajoz condanna all’unanimità David Sánchez, fratello del premier, a nove anni di inabilitazione per prevaricazione amministrativa.

16 luglio 2026. Cinque magistrati della Sezione 23 dell’Audiencia Provincial di Madrid stabiliscono che Begoña Gómez, moglie del presidente del governo, deve andare a processo davanti a una giuria popolare per traffico di influenze, corruzione negli affari, appropriazione indebita e malversazione di fondi pubblici. Qui va detto con chiarezza: si tratta di un rinvio a giudizio, non di una condanna, e vale integralmente la presunzione d’innocenza.

A completare il quadro, Santos Cerdán, per anni numero tre del partito e uomo di fiducia del premier, indagato al Supremo per organizzazione criminale e corruzione, con la Guardia Civil entrata nella sede del PSOE in calle Ferraz per clonare la sua posta elettronica.

Sia chiaro anche l’altro lato: la sinistra spagnola sostiene, con argomenti non banali, che parecchie di queste istruttorie siano state avviate su impulso di associazioni vicine all’estrema destra tramite il meccanismo dell’acusación popular, e che in diversi casi la stessa Procura si sia opposta all’operato dei giudici istruttori. È una tesi legittima, che i tribunali valuteranno. Ma un premier con il fratello condannato, la moglie rinviata a giudizio, l’ex numero due in carcere con ventiquattro anni sulle spalle e il proprio procuratore generale condannato, forse la lezione di correttezza istituzionale potrebbe risparmiarcela.

Del resto lo aveva ammesso lui stesso, nel giugno 2025, davanti alle telecamere: “Chiedo perdono a tutti i cittadini”. Poi è rimasto al suo posto, come già aveva fatto nell’aprile 2024, quando si prese cinque giorni di riflessione pubblica per decidere se dimettersi dopo l’apertura dell’indagine sulla moglie, e infine annunciò che sarebbe rimasto.

E qui arriva la parte che riguarda noi. Di fronte a un alleato in queste condizioni, dall’opposizione italiana non risulta una presa di posizione: nessuna presa di distanza, nessun imbarazzo dichiarato, nemmeno un prudente “aspettiamo le sentenze”. In compenso, quando Madrid ha lanciato l’ultimatum a Roma, Nicola Fratoianni ha chiesto alla premier di revocare la sospensione di Schengen perché sarebbe “dettata solamente dalla propaganda”, e il coro si è schierato compatto sulle posizioni della Moncloa. Un riflesso che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha definito “reazione scomposta”, chiedendosi se non dipenda dal fatto che un governo socialista non si può toccare. Difendere una famiglia politica non è un reato: ma quando l’alleato inciampa in questo modo, le opzioni sono due, tacere o prendere le distanze. Rincorrerlo mentre ferma i turisti italiani agli aeroporti è la terza, e resta la più difficile da spiegare a chi vota.

È questo il profilo di chi, dalla residenza estiva de La Mareta, ha ritenuto di dover richiamare l’Italia al rispetto dei valori europei e di ordinare controlli sui turisti italiani per ripicca. Un uomo che ha trasformato la resistenza in metodo di governo: resistere alle inchieste, resistere alle dimissioni, resistere all’evidenza. E quando la pressione interna sale troppo, niente funziona meglio di un nemico esterno da additare.

Gli italiani fermati sulle piste roventi di Palma e Barajas, in questi giorni, sono l’ultimo capitolo di quella strategia. Non c’entrano nulla con Ceuta, né con i tribunali di Madrid. Sono solo comodi.

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