Milioni di italiani attraversano un’intera esistenza senza mai essere bloccati a terra, ammanettati o raggiunti da uno spray urticante da parte delle forze dell’ordine. Non è un colpo di fortuna che si ripete ogni giorno per milioni di persone: è aritmetica delle occasioni. Chi non aggredisce nessuno, chi non è fuori controllo per alcol, droga o una crisi acuta, chi non oppone resistenza fisica a un intervento, semplicemente non genera mai le condizioni in cui un agente debba passare dalla richiesta alla forza. La linea di confine non separa i fortunati dagli sfortunati: separa chi crea un problema da gestire da chi non lo crea.
A Bologna, quartiere Pilastro, un uomo di 42 anni, Abderrahim Fakir, è morto ieri dopo un intervento della polizia. Secondo la ricostruzione degli agenti, era stato segnalato dai residenti per un episodio di escandescenza nei garage di via Svevo, ha colpito la volante arrivata sul posto, ed è stato immobilizzato con spray urticante e fascette ai polsi; a quel punto ha smesso di respirare. Fakir era regolare, viveva in Italia dall’età di sette anni, gestiva un’impresa di facchinaggio. La Procura ha aperto un fascicolo e acquisirà bodycam e autopsia: fino a quando tossicologia e referto medico non parleranno, la causa della morte resta un’ipotesi, e per gli agenti coinvolti vale, come per chiunque altro, la presunzione di non colpevolezza.
Quello che è partito subito, ore prima di qualunque referto, è il verdetto politico — in entrambe le direzioni. Al presidio serale al Pilastro campeggiava lo striscione «Omicidio di Stato», mentre la senatrice Ilaria Cucchi accostava il caso ai precedenti Aldrovandi e Magherini, annunciando un’interrogazione parlamentare. Sul fronte opposto, il deputato di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami ha liquidato l’episodio come un «intervento professionale ed adeguato». Nessuno dei due schieramenti, in questa fase, ha in mano l’autopsia.
La stessa dinamica, capovolta, si vede nel caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour, nel Cuneese, che il 28 aprile 2021 uccise due dei tre rapinatori che avevano appena assaltato il suo negozio, ferendo il terzo. Il 15 luglio la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi, perché per i giudici l’aggressione era già conclusa quando Roggero ha inseguito e sparato ai banditi in fuga nel parcheggio: sul piano penale la sequenza degli eventi ha spostato la responsabilità dalla vittima iniziale all’ex vittima diventata inseguitore. Eppure l’opinione pubblica resta in larga parte dalla sua parte, e il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha aperto l’istruttoria per una possibile grazia: perché, tecnicismi processuali a parte, la sequenza è comunque cominciata quando qualcun altro ha varcato la soglia del negozio con una pistola in pugno.
Non serve essere reazionari per notare il filo comune. Nella stragrande maggioranza dei controlli, posti di blocco e verifiche che le forze dell’ordine effettuano ogni giorno in Italia non succede assolutamente nulla, perché chi viene fermato risponde, mostra un documento e riparte. Sono milioni di episodi che non fanno notizia proprio perché sono la norma: quello che finisce sui giornali è, per definizione statistica, l’eccezione. Trattare l’eccezione come prova di un sistema marcio, o al contrario negare che meriti un’indagine seria, sono lo stesso errore specchiato.
Chi scrive non ha mai avuto un problema con un agente, un carabiniere o un vigile, nemmeno dopo anni di controlli e posti di blocco: sempre un trattamento corretto, spesso gentile. È lo stesso trattamento che ricevono ogni giorno decine di migliaia di cittadini che si comportano normalmente. Se la regola vale per la maggioranza silenziosa, forse la variabile che decide l’esito di un intervento di polizia non è la divisa di chi arriva, ma quello che succede nei minuti prima che la divisa debba intervenire. Il resto — comprese le responsabilità specifiche di Bologna — lo stabiliranno l’autopsia e le indagini, non gli striscioni né le conferenze stampa.