Ci sono voluti pochi minuti. Il tempo che la Corte di Cassazione, la sera del 15 luglio 2026, rendesse definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi per il gioielliere di Grinzane Cavour, e sotto ogni post è cominciata la vera udienza: quella in cui nessuno indossa la toga e tutti, però, hanno già scritto il dispositivo. Da una parte chi lo vuole libero domani mattina, dall’altra chi gli commina l’ergastolo con la disinvoltura di chi ordina un caffè. In mezzo, la sentenza vera — quella arrivata dopo cinque anni e tre gradi di giudizio — che nessuno dei due schieramenti si è preso la briga di leggere.
I fatti, per chi fosse arrivato tardi alla gogna, sono noti. Il 28 aprile 2021 tre uomini assaltano la gioielleria; il titolare, finita la rapina, insegue i banditi in fuga e spara all’esterno del negozio, sulla pubblica via. Due rapinatori muoiono, un terzo resta ferito. In primo grado ad Asti arrivano 17 anni, ridotti in appello a Torino a 14 anni e 9 mesi, ora confermati. La legittima difesa è stata esclusa in tutti e tre i gradi per una ragione scritta nero su bianco e riassumibile così: si spara a chi ti aggredisce, non a chi sta scappando. A corredo, 480 mila euro di provvisionale ai familiari delle vittime e al superstite. Dettagli, evidentemente, per chi in trenta secondi ha già capito tutto meglio di chi ci ha messo un lustro.
Sul primo fronte, quello dei beatificatori, la liturgia è collaudata. C’è lo striscione «Grazia subito», c’è il gioielliere promosso sceriffo del Far West cuneese, e c’è l’immancabile vicepremier leghista che, a pochi minuti dal verdetto, si rivolge al Quirinale per invocare la clemenza presidenziale — perché un caso di cronaca, si sa, senza un ministro che ci mette il cappello non è un vero caso di cronaca. La grazia, va ricordato, è esattamente ciò che tre collegi di magistrati hanno ritenuto di non concedere; ma il tribunale della tastiera lavora in appello permanente, e la revisione la celebra a colpi di like.
Sul fronte opposto, gli esecutori. Qui il registro è più creativo. Uno reclama la galera a vita per lo «sceriffo mancato», dimenticando che l’ergastolo, in questo Paese, non lo si commina nemmeno a chi ammazza per mestiere. Un altro, con finezza da revisore dei conti, propone di passare al setaccio vent’anni di dichiarazioni Irpef prima di parlare di clemenza. E poi c’è il capolavoro del genere: il commento tutto in maiuscolo che rivela, in esclusiva, come già «nel 2004 o 2005 — non ricordo l’anno preciso» l’uomo avrebbe pestato un’intera famiglia. Non ricorda l’anno, non cita un atto, non porta una prova: ma l’accusa è lanciata, corredata di maiali ed escrementi in formato emoji, e tanto basta. È la forma più pura dell’hater: quella immune alla smentita, perché non ha mai preteso di essere vera.
Ed è qui il punto. L’hater non è pro-gioielliere né contro il gioielliere: è pro-indignazione. Il caso è soltanto l’occasione, la superficie su cui proiettare la propria fame di verdetti. Gli servono un buono e un cattivo, e li nomina lui, all’istante, senza il fastidio del contraddittorio. Concede la grazia che i giudici hanno negato, o l’ergastolo che i giudici non hanno mai previsto; inventa precedenti penali che nessuna procura conosce; trasforma un uomo di 72 anni in un santo o in un mostro a seconda dell’ora e dell’umore. L’unica cosa che non fa mai — mai — è leggere le carte.
Il paradosso è che i due eserciti, apparentemente nemici, sono lo stesso esercito. Hanno la stessa impazienza, la stessa allergia ai fatti, la stessa certezza granitica maturata in tre secondi. Cambiano il verdetto, non il metodo. E mentre si accapigliano su chi meriti la galera e chi il monumento, la giustizia vera — quella lenta, noiosa, scritta a pagina ventisei delle motivazioni — ha già chiuso il fascicolo. Loro no: loro sono ancora in camera di consiglio, e non ne usciranno mai.