Roggero dentro, i delinquenti fuori: la destra e il Piemonte provano a tirare fuori Roggero

C’è un Paese in cui, se hai la sventura di farti rapinare, il guaio serio comincia il giorno dopo. Lo ha imparato a proprie spese l’orafo settantaduenne di Grinzane Cavour, che il 28 aprile 2021 reagì all’ennesimo assalto nella sua bottega e, inseguendo i rapinatori in fuga con una pistola detenuta regolarmente, ne lasciò a terra due. Ieri la Corte di Cassazione ha apposto il sigillo definitivo su una condanna a 14 anni e 9 mesi: alla sua età, una pena che ha tutta l’aria di un ergastolo travestito da aritmetica. Il fratello fa sapere che si costituirà appena arriverà l’ordine di carcerazione, senza far perdere tempo a nessuno.

A quel punto si è mossa una linea che non ha mai vacillato. Il ministro della Giustizia ha avviato l’istruttoria per la grazia ai sensi dell’articolo 681 del codice di procedura penale; i capigruppo di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati, Civici d’Italia, Udc e Maie hanno aperto in mattinata una raccolta di firme; il presidente della Regione Piemonte ha portato in aula un ordine del giorno; e in Senato è comparso il cartello con la fotografia del gioielliere, accompagnato da un appello al Quirinale perché lo si lasci “libero subito”. È la stessa area politica che, fin dal giorno della rapina, non ha mai smesso di riconoscersi in quell’uomo — restava da chiedersi, semmai, come si sia arrivati al punto di dover invocare la clemenza del Capo dello Stato per un cittadino che, nella cronologia dei fatti, era la vittima.

Qui sta il nodo che i comunicati non toccano. Lo stesso ordinamento capace di trovare, per certi condannati, meccanismi di sconto e scarcerazione anticipata — al punto da restituire alla libertà, dopo pochi anni, anche chi aveva ucciso servitori dello Stato — scopre un rigore improvviso e granitico quando a impugnare l’arma è stato il bottegaio. Ai primi, la logica premiale e la funzione rieducativa della pena; al secondo, il conto pieno fino all’ultimo mese. È il piccolo miracolo di una giustizia a geometria variabile, che sa essere elastica con chi assale e inflessibile con chi si difende.

Il caso non è astratto, ha un precedente che pesa più di ogni discorso. Il fondatore storico delle Brigate Rosse, condannato a più ergastoli per il sequestro e l’omicidio di un presidente del Consiglio, ha scontato poco più di vent’anni di carcere: arrestato nel gennaio 1976, ha ottenuto i primi benefici nei primi anni Novanta ed è tornato pienamente libero nel 1998, grazie alle leggi sulla dissociazione e ai percorsi di reinserimento sociale che per decenni hanno trovato nella cultura di sinistra i sostenitori più convinti — contro il carcere duro, contro l’ergastolo ostativo, a favore della funzione rieducativa della pena anche per chi aveva impugnato un mitra contro lo Stato. Oggi lo stesso mondo politico fatica a concedere altrettanta comprensione a un settantaduenne che ha sparato per difendere la propria bottega da una rapina in corso.

E la sinistra? Prevedibile fino alla noia. Chi per anni ha fatto della clemenza una bandiera, invocando reinserimento e seconde possibilità per chiunque, davanti al vecchio orafo riscopre di colpo la severità del codice: parla di “caduta di stile“, di “gara di populismo“, di sciacallaggio, e imbastisce la solita lezione su più agenti e turni meno massacranti — tutto, purché non si arrivi mai a stare, semplicemente, dalla parte di chi si è visto entrare i banditi in negozio. Un garantismo che si accende e si spegne a comando, generosissimo con l’imputato di riguardo e improvvisamente forcaiolo quando l’imputato è uno che ha osato non farsi ammazzare.

Alla fine il paradosso è tutto in una riga di calendario: ieri la condanna definitiva, oggi la richiesta di grazia. Come dire che, in questo Paese, per riavere indietro la propria libertà a un cittadino perbene serve la firma del Presidente della Repubblica; mentre per restituirla ad altri, molto più discutibili, è bastata a lungo la routine di un’aula di sorveglianza. Ciascuno, davanti a questa asimmetria, sceglie da che parte stare. Come sempre, c’è chi la sceglie con puntualità sbagliata.

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