Bastano tre episodi nell’arco di una settimana per misurare quanto sia cambiato il clima in questo paese. Un passante che non gira la testa, una città che torna a pulire i propri marciapiedi, e sullo sfondo l’eco di una sentenza che due giorni fa ha ricordato a tutti quanto costi difendersi da soli. Non sono episodi collegati fra loro da alcuna regia. Sono collegati da qualcosa di più semplice: la pazienza è finita.
A Milano, martedì 14 luglio, un uomo urta intenzionalmente la sedia di una turista americana seduta al ristorante Casa Sorbillo, le fa cadere la borsa e arraffa il portafoglio griffato. Fino a qui, cronaca ordinaria. Poi, per una volta, il copione cambia: un passante lo insegue a piedi e lo blocca all’angolo fra via San Pietro all’Orto e corso Matteotti, un poliziotto fuori servizio attirato dal trambusto completa il lavoro, il ladro — un 40enne cileno — finisce in manette. Un cittadino qualunque che decide di non guardare altrove: un tempo sarebbe stata la notizia in sé, oggi comincia a essere la normalità che ci si aspetta.
A Torino il problema, va detto con chiarezza, non sono più i campi rom di periferia: sono i bivacchi stradali, sotto le finestre di chi in quella città ci vive e ci paga le tasse. Lo stesso 14 luglio, mentre a Milano si consumava l’inseguimento, polizia di Stato e polizia locale conducevano una maxi-operazione a Barriera di Milano, fra corso Venezia, via Cigna, via Toscanini, via Boccherini e il parco Sempione: trenta persone identificate, rimosse tende da campeggio, biciclette, rifiuti di ogni genere accumulati in una zona segnalata da anni. A marzo era toccato ai portici di corso Vittorio Emanuele II, ridotti a dormitorio a cielo aperto. Situazioni note, denunciate, fotografate da tempo — e per anni lasciate semplicemente lì, come un arredo urbano sgradito ma tollerato.
Il punto non è la singola operazione, che da sola vale poco più di un rammendo. Il punto è che qualcosa, nella catena di comando, si è rimesso in moto: vuoi per le norme nuove, vuoi perché la misura è stata colma anche per chi indossa la divisa. E accanto alle forze dell’ordine si muove il cittadino comune, quello che rincorre il borseggiatore invece di limitarsi a filmarlo. È una reazione di popolo, silenziosa e diffusa, che nasce non da un editto ma dalla somma di troppe attese deluse.
Nello stesso arco di giorni, sui porti il traffico non si è fermato: la nave di una ong ha sbarcato 85 persone a Savona, un’altra imbarcazione ha toccato Ravenna per l’ennesima volta in poche settimane, una terza ha lasciato 50 migranti a Carrara, ventitreesimo approdo di questo tipo nello scalo apuano dal 2023. Mentre le città fanno i conti con bivacchi e sgomberi, c’è chi continua a spiegare, da un salotto lontano dai marciapiedi in questione, cosa dovrebbe significare davvero l’accoglienza. Il divario fra chi la parola la pronuncia e chi la subisce sotto casa resta la misura più onesta di questa stagione politica.
E poi c’è la sentenza di due giorni fa, quella che ha reso definitiva una condanna a quattordici anni e nove mesi per chi aveva reagito a una rapina nel proprio negozio: un promemoria, per chiunque ne avesse bisogno, che in questo paese difendersi resta un rischio grande almeno quanto subire.
Resta un solo problema, ma è quello vero, ed è già visibile all’orizzonte. In Italia, quando qualcuno trova il modo e il coraggio di cambiare le cose, c’è quasi sempre qualcun altro che da quel cambiamento vede minacciata una rendita — economica, elettorale, di posizione — e si adopera perché tutto torni come prima. Il popolo si è stanco di aspettare lo Stato. Resta da vedere se sarà lo Stato, per una volta, a non deludere il popolo, oppure se vincerà — come quasi sempre accade — chi da quel popolo ha più da perdere.