Agli aerei serve carburante! La scoperta dell’opposizione

C’è qualcosa di toccante nella scoperta che gli aerei, per volare, abbiano bisogno di carburante: una legge di natura nota fin dai tempi dei fratelli Wright, eppure capace di abbattersi come una rivelazione sui palazzi della politica italiana, dove il leader pentastellato e il responsabile estero del Pd si sono detti sconvolti nell’apprendere che dalle basi americane sul suolo nazionale sono decollati centinaia di velivoli, riforniti in volo, per sostenere l’operazione contro l’Iran. Il prossimo passo, c’è da temere, sarà la scoperta che in Italia esistono basi americane: una voce che fino a ieri veniva derubricata a fissazione da complottisti, e che oggi, opportunamente certificata da un segretario generale della Nato, diventa d’un tratto un fatto acquisito.

Va detto, per onestà, che il punto di partenza non è del tutto inventato. Il governo non ha mai negato che a Sigonella, ad Aviano, a Vicenza si rifornissero velivoli americani: lo ha sempre ammesso, anzi rivendicato, parlando di “logistica” e di operazioni “non cinetiche” — una formula elegante per dire che si dà una mano senza sporcarsi le mani. Il problema, semmai, è la quantità. Cinquecento aerei non sono un dettaglio da seppellire in una nota tecnica del ministero: sono un contributo che pesa, e che si conciliava male con l’immagine di un’Italia spettatrice prudente, limitata a prestare con riluttanza qualche pista d’atterraggio.

Vale la pena ricordare di cosa fosse fatta, fino a ieri, quella prudenza. A marzo il governo aveva negato agli Stati Uniti l’uso di Sigonella per fare scalo a due velivoli militari diretti in Medio Oriente, e il ministro della Difesa aveva motivato il diniego con ragioni tecniche tanto vaghe quanto utili a tenere buoni gli alleati europei e il Vaticano nel pieno della campagna referendaria. Quel gesto, minuscolo nei numeri ma enorme nella messa in scena, era diventato il simbolo di un’Italia capace di dire no a Washington: il “momento Sigonella”, lo chiamava qualcuno nel Pd, con malcelato orgoglio. Restava da capire quanto valesse quel simbolo di fronte a un conteggio che parla di cinquecento partenze. La risposta, a conti fatti, è: pochissimo.

C’è poi la questione del tempismo, che meriterebbe un capitolo a parte nei trattati di comunicazione involontaria. Il segretario generale dell’Alleanza atlantica tira fuori questa cifra proprio nei giorni in cui il presidente americano, già pubblicamente ai ferri corti con Giorgia Meloni dopo lo strascico del G7 di Évian, si lamenta che gli alleati europei non gli abbiano dato una mano nella guerra contro l’Iran. Difendere la Nato dall’accusa di inerzia citando gli aerei partiti dall’Italia avrebbe dovuto essere un favore a Roma, la prova che l’Italia ha fatto, eccome, la sua parte. Il favore si è invece trasformato in una trappola: per usarlo contro Trump, la premier dovrebbe ammettere pubblicamente l’esatto contrario di quanto raccontato finora in Parlamento; per non contraddire se stessa, deve lasciare che l’accusa americana resti lì, intatta, mentre l’opposizione festeggia la conferma di un sospetto coltivato da mesi.

La beffa, se possibile, si infittisce ancora. Mentre la stampa internazionale celebrava in questi giorni una premier improvvisamente capace di tenere testa al presidente americano — la donna che “non implora mai”, la leader che avrebbe finalmente smesso la sua cauta deferenza — i conteggi raccontavano di un paese che per mesi aveva fatto da piattaforma di rifornimento alla guerra che quella stessa premier diceva di non condividere. Il ritratto della nuova fermezza italiana regge poco bene accanto al numero dei decolli.

È difficile immaginare una posizione più scomoda: accusata da Washington di aver fatto troppo poco, e da Roma di aver fatto troppo in silenzio, sostenute entrambe le accuse dallo stesso identico numero. Non capita spesso che una cifra serva insieme a colpevolizzare e ad assolvere la stessa persona. Restano da accertare i danni, e soprattutto da capire se nei prossimi giorni qualcuno scoprirà anche che l’acqua, in genere, è bagnata.

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