Il “Catalogo dei Mestieri” per l’Impunità Creativa

C’è qualcosa di profondamente poetico, quasi bucolico, nel modo in cui certa stampa italiana riesce a trasformare un brutale pestaggio di gruppo in un casting per un remake neorealista. Appena il fumo dei lacrimogeni si dirada e le manette scattano, ecco che l’aggressore smette di essere tale per diventare, nell’ordine: “il cameriere”, “il commesso”, “il precario”.

Sembra quasi di leggere l’elenco delle professioni di un gioco da tavolo per famiglie, se non fosse che il tabellone è l’asfalto di Torino e le pedine sono agenti o passanti finiti in ospedale.

La redenzione via curriculum

L’operazione simpatia è servita calda:

• L’umanizzazione forzata: Elencare il mestiere (onesto) serve a suggerire che, tra una portata e uno scontrino, l’aggressione sia stata solo un “incidente di percorso”, un momento di stress da burnout post-turno.

• Il depotenziamento giuridico: Sottolineare con enfasi che “non saranno accusati di tentato omicidio” suona quasi come un sospiro di sollievo collettivo. Tranquilli tutti, volevano solo passare il tempo, mica uccidere!

• La retorica della fragilità: Il termine “precario” è il tocco magistrale. Serve a spostare la colpa dal braccio che colpisce al sistema economico che opprime. Se lanci un sasso o partecipi a un pestaggio, non è colpa della tua indole, è che hai il contratto a termine.

Il paradosso del titolo

Mentre l’immagine mostra una dinamica di gruppo che definire “vivace” è un eufemismo da brividi, il testo ci rassicura sulla normalità di queste persone. È la narrazione del “bravo ragazzo che saluta sempre”, declinata in versione rivolta urbana.

In questo strano mondo editoriale, se sei un lavoratore dipendente, la tua fedina penale diventa automaticamente trasparente, o almeno sfocata. Resta da capire se la vittima, mentre riceveva le attenzioni del “commesso” e del “precario”, abbia avuto il tempo di apprezzare la varietà professionale dei suoi aggressori.

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