Il coccio di bottiglia buono e il taser cattivo

C’è un genere letterario tutto italiano che meriterebbe uno scaffale a parte in libreria: il comunicato di sdegno scritto dal divano. L’ultimo esemplare arriva da Cuneo, dove giovedì scorso, sotto i portici di corso Giolitti, a due passi dalla stazione, una donna in evidente stato di alterazione ha pensato bene di minacciare con un coccio di bottiglia chiunque le capitasse a tiro, forze dell’ordine comprese. Sul posto sono arrivati due carabinieri e due agenti di polizia locale. Quattro operatori, addestrati, in pieno centro cittadino, con passanti tutto intorno. Non è bastato: la signora, che la cronaca ci informa essere pregiudicata e successivamente denunciata, continuava ad agitare il vetro. A quel punto è partita la scarica del taser, la donna è finita a terra ed è stata fermata. Nessun morto, nessun ferito grave, nessun passante sfregiato. Fine della storia, si direbbe.

E invece no. Perché un passante ha filmato la scena, il video è finito su TikTok, e a quel punto è scattato il riflesso pavloviano di una certa politica: il segretario nazionale di un piccolo partito storico della sinistra liberale ha diffuso una nota in cui definisce l’intervento “sproporzionato e inadeguato”, bolla il taser come “uno strumento di tortura” da rimuovere immediatamente dalla dotazione delle forze dell’ordine, e auspica l’intervento della magistratura per accertare eventuali responsabilità. Le responsabilità dei carabinieri, si intende. Quelle di chi brandiva il coccio di bottiglia evidentemente sono un dettaglio folkloristico.

Fermiamoci un attimo sul ragionamento, perché merita. Quattro agenti non sono riusciti a contenere la donna senza ricorrere al taser, e questo, secondo il comunicato, dimostrerebbe la sproporzione dell’intervento. È un capolavoro di logica rovesciata: il fatto che in quattro non bastassero dovrebbe semmai suggerire che la situazione era tutt’altro che gestibile con una pacca sulla spalla. Ma nel mondo parallelo del comunicato stampa, la matematica funziona al contrario: più agenti servono, più l’uso dello strumento diventa scandaloso.

E poi c’è la domanda che nessuno di questi censori si pone mai, perché porsela rovinerebbe la nota: quale sarebbe l’alternativa? Il corpo a corpo con una persona armata di vetro tagliente, con il rischio concreto che qualcuno, lei per prima, ci rimetta un’arteria? L’arma da fuoco, che è l’unico altro strumento in dotazione capace di fermare a distanza? Il taser è nato esattamente per questo: per riempire lo spazio tra le mani nude e la pistola. Chiamarlo strumento di tortura significa, in concreto, auspicare che quello spazio torni vuoto, e che la prossima volta la scelta sia tra farsi tagliare e sparare. Una bella conquista di civiltà.

C’è infine il dettaglio più rivelatore, ed è la richiesta che la magistratura indaghi su chi ha messo in sicurezza una strada. Non sulla persona che minacciava i passanti davanti a una stazione ferroviaria: su chi l’ha fermata. È lo stesso schema mentale che conosciamo bene, quello per cui la divisa è sempre imputata in attesa di giudizio e chi delinque è sempre vittima di qualcosa, della società, del disagio, delle circostanze. Il sindacato dei carabinieri ha risposto con una frase che vale un trattato: questa è la dimostrazione di una politica distante dalla realtà operativa. Si potrebbe aggiungere: distante da corso Giolitti, distante dalle stazioni, distante da tutti quei luoghi dove i cittadini normali passano ogni giorno e dove un coccio di bottiglia non è una metafora ma un oggetto che taglia.

Chi scrive comunicati di sdegno non abita lì. Ci passa, al massimo, per girare il video.

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