Il fossato del talk show: lo snobismo di una classe sociale che ha bisogno dell’interprete

Il fenomeno della sinistra da salotto ha trovato da tempo i suoi sacerdoti laici, figure capaci di tradurre la complessità e la brutalità del mondo reale in un linguaggio accessibile, elegante e, soprattutto, rassicurante per le coscienze della borghesia progressista. Non si tratta di mettere in discussione il valore intrinseco dei temi trattati, né la condivisibilità profonda delle battaglie, delle paure e delle speranze che animano questi interventi. Condividiamo la sacrosanta indignazione di fronte allo sfruttamento, l’orrore per le ingiustizie sociali e il richiamo ai valori fondamentali dell’umanità. Il problema non è mai il cosa, ma il come e, soprattutto, il perché una determinata classe sociale senta il bisogno patologico di questa mediazione.

I Massini, i Travaglio, i Santoro, gli Odifreddi, i Barbero e l’intero coro di narratori e fustigatori mediatici diventano così figure terapeutiche, l’equivalente culturale dello psichiatra per l’alta borghesia metropolitana o del personal shopper per chi non ha tempo di cercare la propria identità nei negozi. Che si tratti del monologo teatrale sul caporalato o della filippica giudiziaria in prima serata, nei salotti buoni della sinistra, dove la realtà delle periferie, del lavoro nero e della povertà è ormai un’eco lontana, sorge la necessità di un interprete. Serve qualcuno che scenda nel fango, ne tragga un racconto pulito, lo doti della giusta dose di pathos o di sarcasmo e lo serva su un piatto d’argento durante il talk show del giovedì sera. Questo meccanismo svela un distacco siderale dalla realtà: la classe che un tempo pretendeva di rappresentare gli ultimi oggi ha bisogno di un traduttore (peraltro tutti molto bravi e preparatissimi) per capire di cosa soffrano quegli stessi ultimi.

Questo snobismo culturale si nutre di una catarsi a buon mercato. Ascoltare un monologo appassionato o un editoriale tagliente permette allo spettatore di acquistare una quota di superiorità morale senza dover minimamente mettere in discussione i propri privilegi o la propria distanza fisica ed economica dai problemi reali. L’indignazione diventa un bene di consumo culturale: ci si commuove, ci si sente dalla parte giusta della storia per la durata della messa in onda, e poi si torna alla propria quotidianità indisturbata.

Il rischio politico e sociale di questa deriva è l’anestetizzazione del conflitto. Quando la denuncia delle piaghe sociali e giudiziarie viene fagocitata dalle logiche dell’intrattenimento e trasformata in un momento di spettacolo impegnato, essa perde ogni carica eversiva. La tragedia sociale cessa di essere una chiamata all’azione politica e diventa un genere letterario, utile a nobilitare i palinsesti e a rassicurare l’ego morale di un pubblico che preferisce farsi raccontare il mondo piuttosto che viverlo e cambiarlo. In questo cortocircuito, la sinistra rischia di trasformarsi definitivamente in una comunità di esteti dell’indignazione, separata da un fossato invalicabile da quella realtà che pretende ancora, velleitamente, di voler difendere.

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