Esiste un momento preciso in cui il circo mediatico-giudiziario spegne i riflettori, i faldoni delle grandi inchieste vengono archiviati e il dibattito politico si sposta su un nuovo bersaglio. Quel momento, per chi è rimasto intrappolato negli ingranaggi della giustizia spettacolarizzata, coincide spesso con un silenzio assordante: il silenzio di chi ha sbagliato, ha costruito teoremi suggestivi ma infondati, e ora si值rifiuta ostinatamente di pronunciare la parola più semplice e doverosa: “scusa”.
Il recente decreto di archiviazione riguardante i presunti legami con la mafia e le stragi del 1993, che vedeva coinvolto Silvio Berlusconi, è solo l’ultimo capitolo di una lunga serie di procedimenti finiti nel nulla. Eppure, per trent’anni, una narrazione martellante ha accostato i vertici politici e imprenditoriali del Paese ai crimini più infami della storia repubblicana. Quando la bolla investigativa svanisce per l’inconsistenza dei fatti, l’opinione pubblica si ritrova davanti a un muro di gomma istituzionale: nessun magistrato ammette l’errore, nessun grande accusatore fa marcia indietro. C’è un’arroganza di fondo nel considerare l’azione penale come un dogma infallibile che, anche quando fallisce microscopicamente, si autoassolve definendosi un mero “atto dovuto”.
La filiera del fango: chi ha costruito imperi sull’odio
Le scuse più urgenti, tuttavia, non dovrebbero arrivare solo dalle aule di giustizia, ma da quella fitta rete di soggetti che su questo scontro trentennale ha edificato fortune elettorali, carriere professionali e imperi industriali. C’è un’intera categoria di testate giornalistiche, quotidiani e trasmissioni televisive d’approfondimento che per tre decenni ha trasformato il giustizialismo in un modello di business altamente redditizio. Questi network hanno venduto copie e conquistato share televisivi non attraverso il resoconto dei fatti, ma alimentando una gogna quotidiana, trasformando il sospetto in colpevolezza e la vita privata in un’arma di distruzione pubblica.
Accanto alle aziende editoriali, il dovere morale dell’ammenda ricade su una specifica generazione di conduttori e presunti giornalisti d’assalto, la cui intera cifra professionale si è ridotta alla celebrazione acritica delle tesi d’accusa, celebrando processi paralleli in prima serata senza alcun diritto di replica reale.
Lo stesso discorso si applica a una precisa classe di leader e movimenti politici. Si tratta di figure che, prive di una reale proposta di governo o di una visione per il Paese, hanno fondato la propria intera esistenza politica, la propria visibilità e il proprio successo elettorale esclusivamente sull’attacco sistematico, sull’antiberlusconismo militante e sulla canalizzazione dell’odio viscerale. Per queste forze, l’avversario non era un competitore da battere sul terreno delle idee, ma un nemico antropologico da eliminare per via giudiziaria.
Le macerie umane e i cerchi concentrici del sospetto
La totale assenza di pentimento appare ancora più grave se si osserva l’ampiezza delle macerie umane lasciate sul campo. La strategia del fango non ha colpito solo il leader, ma è proceduta per cerchi concentrici, investendo metodicamente la sua famiglia, i suoi figli, i collaboratori più stretti, le figure storiche della galassia aziendale e i vertici delle istituzioni a lui legati.
In questo tritacarne sono finiti storici esponenti politici, presidenti delle Camere, amministratori locali e storici dirigenti televisivi, le cui carriere e reputazioni sono state marchiate indelebilmente da campagne d’opinione feroci, spesso basate su teoremi che ignoravano la presunzione di innocenza. Perfino le figure coinvolte in pasticci politici o vicende di costume minori sono state eguagliate ai peggiori criminali dello Stato, pur di colpire l’obiettivo principale. Quando l’impalcatura crolla, le smentite occupano trafiletti invisibili, mentre il danno personale, psicologico e d’immagine subito da padri, madri e figli resta totale e permanente.
Il conto economico e sociale
A questo quadro si aggiunge un conto economico spaventoso. Da una parte ci sono i costi collettivi: milioni di euro di denaro pubblico – pagati dai contribuenti – investiti in intercettazioni a strascico, consulenze tecniche faraoniche e lunghissimi anni di indagini che paralizzano l’attività dei tribunali, sottraendo risorse preziose alla giustizia ordinaria e civile.
Dall’altra parte, il conto più salato lo pagano gli accusati ingiustamente, costretti a sborsare cifre astronomiche di tasca propria in parcelle legali e perizie per difendersi da accuse infamanti, affrontando anni di gogna pubblica e subendo danni commerciali incalcolabili che nessuna sentenza di assoluzione o decreto di archiviazione potrà mai davvero risarcire.
In uno Stato di diritto degno di questo nome, la responsabilità dovrebbe correre di pari passo con il potere di influenzare la vita delle persone. Quando un’inchiesta miliardaria si conclude per la sesta volta nel nulla, l’assenza di un’ammissione di colpa da parte di politici, giornalisti ed editori che hanno cavalcato la gogna si trasforma in un’offesa intollerabile. È giunto il momento che chi ha speculato e lucrato sulle esistenze altrui si assuma l’onere della dignità e chieda finalmente scusa.