Un paio di scarpe da ginnastica

Prima di scioperare, guardatevi le scarpe

Oggi si manifesta e si sciopera contro il caro vita e il riarmo, e probabilmente anche per altre ragioni, alcune legittime, altre meno. Su tutte, però, pesano due cose: tanta incoerenza e poca conoscenza di come funziona il mondo.

Viene da chiedersi quanti, tra coloro che sono scesi in piazza, sappiano cosa si produce con il petrolio, con le terre rare e con le altre materie prime per le quali le guerre scoppiano e il costo della vita sale. Basta guardare il corteo: smartphone in mano, scarpe da ginnastica all’ultima moda, giacche e felpe in tessuti tecnici.

Proviamo a spiegare da dove nasce la contraddizione. Circa quattro barili di petrolio su cinque vengono bruciati per produrre energia: il carburante di camion, navi, aerei e auto, il riscaldamento, le centrali. Il resto diventa materia. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, circa il 12% della domanda mondiale di petrolio va alla petrolchimica, ed è la voce che cresce più in fretta. Da lì escono plastica, fibre sintetiche, gomme, vernici e fertilizzanti.

Quel 12% basta a vestire e a equipaggiare il manifestante dalla testa ai piedi. Le scarpe da ginnastica sono fatte di gomme sintetiche, schiume e tessuti che vengono dal petrolio. Le giacche e le felpe in tessuto tecnico sono poliestere, nylon ed elastan, cioè petrolio filato. La cover del telefono, i cavi, le cuffie, lo zaino, la bottiglietta d’acqua: plastica. E tutto quello che non è fatto di petrolio viaggia grazie al petrolio, perché arriva da fabbriche lontane migliaia di chilometri, su navi e camion che bruciano gasolio.

Poi c’è lo smartphone con cui si filma il corteo. Dentro ci sono decine di elementi diversi: il litio della batteria; il cobalto, che arriva per circa il 70% dalla Repubblica Democratica del Congo, spesso da miniere dove lavorano anche i bambini; le terre rare di magneti e altoparlanti, di cui la Cina controlla circa il 70% dell’estrazione e quasi il 90% della raffinazione.

Queste materie prime non stanno ovunque. Petrolio e gas sono concentrati in pochi Paesi, il cobalto in Africa centrale, le terre rare in Cina. Il loro prezzo dipende dalle scelte politiche di chi le vende e di chi le compra. Basta un embargo, un taglio delle forniture, un dazio o una legge che chiude le centrali, e il conto arriva in bolletta e alla cassa del supermercato. Chi controlla queste risorse decide chi è forte e chi è ricattabile. L’Europa lo ha imparato nel 2022, quando lo stop al gas russo ha fatto esplodere le bollette.

Un motivo per protestare, quindi, c’è, e riguarda chi ha creato guerre e rincari. Vladimir Putin, che con l’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022 ha usato il gas come un’arma. Donald Trump, con una politica di dazi che ha fatto salire i prezzi di molte merci. L’Unione europea, con politiche energetiche che hanno lasciato il continente senza energia a basso costo. E la sinistra verde europea, che per anni ha frenato lo sviluppo del nucleare sicuro. La Germania ha spento i suoi ultimi reattori nell’aprile 2023, proprio mentre l’Europa cercava alternative al gas russo. In Italia il nucleare era già stato fermato da due referendum, nel 1987 e nel 2011. Sono state le scelte di questi leader a portarci alla situazione di oggi.

Prendersela con Meloni, Netanyahu, Zelensky o Valditara è la foglia di fico di chi non ha capito come sono fatte le gerarchie del mondo, e di chi non immagina che le guerre si combattono anche, e soprattutto, per lui. Servono a garantire le materie prime con cui si fanno quelle scarpe e quei telefoni, il riscaldamento d’inverno e l’aria condizionata d’estate che si chiedono a scuola.

Scendere in piazza contro il caro vita e contro il riarmo con addosso petrolio e in tasca un concentrato di minerali strategici è il ritratto della contraddizione. Prima di scioperare, basterebbe guardarsi le scarpe.

Foto: Brooke Fishwick, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.

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