Chi amministra la chat non risponde di nulla?

Nelle chat del Movimento 17 ottobre circolavano manuali che incitano a sparare alla polizia, con i «metodi delle rivolte londinesi» e l’invito a leggere, diffondere e cospirare. Eppure l’uomo che quei canali li gestiva, Youssef Siher, è tornato libero. Per il gip di Milano Tiziana Landoni, contro di lui non ci sono «gravi indizi di colpevolezza»: avrebbe parlato di «disobbedienza civile» e organizzato manifestazioni settimanali, senza mai incitare personalmente alla violenza.

La premier Giorgia Meloni ha reagito con parole nette: «Considero vergognosa la decisione del Gip di Milano di non convalidare l’arresto di Youssef Siher». Siher, ha ricordato, è accusato di essere il gestore della pagina che incitava all’organizzazione delle manifestazioni culminate nella devastazione di diversi negozi a Milano. Per la premier la scarcerazione è una «mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine», e la sua domanda è rivolta a «una certa magistratura»: come può uno Stato normale difendere i cittadini onesti davanti a decisioni come questa? Sulla stessa linea il ministro Matteo Salvini, che parla di una decisione «vergognosa, incomprensibile, assurda». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani avverte che rilasciare Siher «significa mettere in pericolo la sicurezza del Paese».

Sono parole pesanti, e i fatti le giustificano tutte. A chiedere il carcere per Siher non è stato il governo, ma la stessa Procura di Milano, con il pm Francesca Crupi e il procuratore Marcello Viola, che hanno indicato il rischio di fuga e di reiterazione del reato. L’accusa era di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo. Polizia postale e Digos avevano bloccato le istruzioni dirette ai manifestanti di otto città prima che arrivassero in piazza. Quattro giorni dopo il fermo, chi aveva lavorato per fermarlo lo ha visto uscire da San Vittore. Quando Meloni parla di mortificazione delle forze dell’ordine, descrive esattamente questo.

Il ragionamento del giudice si regge su un dato: i messaggi violenti li avrebbero scritti altri utenti, e da un’analisi della chat Telegram solo circa l’1% dei post incitava alla violenza, nessuno condiviso da Siher. Così la domanda si sposta. Chi amministra una chat è un semplice spettatore di quello che ci scrivono gli altri?

Secondo gli inquirenti, Siher e la moglie Sagia Hammoud erano gli amministratori delle pagine Instagram e Telegram del movimento, che potevano raggiungere circa 150mila persone. A un account legato a Siher viene attribuito il manuale «Rivoluzione: istruzioni per l’uso», con le indicazioni su come vestirsi in piazza: kefiah sul volto, felpa col cappuccio, guanti da cucina contro il calore dei lacrimogeni. Da quei canali, sempre secondo le indagini, sarebbe partito anche il post con le istruzioni per le otto città.

Chi apre un canale, decide chi può scrivere, tiene le chiavi della chat e la lascia diventare il luogo in cui si invita a sparare agli agenti fa una scelta. Può cancellare quei messaggi, bannare chi li scrive, chiudere il gruppo. Se non lo fa, quei contenuti restano lì, sotto il nome del movimento, davanti a decine di migliaia di persone. L’1% di 150mila persone raggiunte non è un dettaglio statistico.

Nel frattempo le proteste partite dal 17 ottobre hanno lasciato scontri, saccheggi e agenti feriti a Milano, Torino, Bologna e in altre città. Le forze dell’ordine hanno identificato 4.292 persone e ne hanno fermate 371.

La Procura può ancora ricorrere al Tribunale del Riesame, e lì si giocherà proprio questa partita: se l’amministratore di un canale che ospita inviti a sparare alla polizia possa essere considerato estraneo a ciò che lascia pubblicare. Fino alla sentenza definitiva, per Siher vale la presunzione di innocenza.

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