Per chi ha cinquant’anni sarà una tiritera ascoltata all’infinito per anni, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del nuovo millennio. Erano gli anni di Ciampi, di Dini, della caduta del Muro e delle prime invasioni di stranieri in Italia. Gli anni dell’inflazione, che all’inizio del decennio aveva superato il 15% e nel 1990 era ancora al 6,5%, e dei riformisti, non solo in Italia, anche in Inghilterra, Francia, Spagna, prima dell’11 settembre 2001. Da quel momento il tema è diventato il costo del lavoro, la ricerca del lavoro a basso costo; secondo tutti, in prima linea i riformisti di sinistra, la convinzione era che il riversamento indiscriminato di milioni e milioni di stranieri avrebbe giovato a tutti: l’era del multiculturalismo, che già negli Usa non aveva mai funzionato, vedi le rivolte di Los Angeles del 1992.
I numeri dicono quanto sia stata profonda la trasformazione. Al censimento del 1991 l’Istat contava in Italia 345.149 stranieri residenti. Al 1° gennaio 2026, sempre secondo l’Istat, sono 5 milioni e 560mila, il 9,4% della popolazione. E il conto non comprende chi nel frattempo è diventato italiano: solo nel 2025 le acquisizioni di cittadinanza sono state 196mila. In trentacinque anni la presenza straniera è cresciuta di sedici volte.
Negli stessi anni il lavoro italiano è stato reso più economico per legge. Il 31 luglio 1992, con il governo Amato, fu firmato l’accordo che chiuse la scala mobile, il meccanismo che adeguava i salari all’inflazione. Il 23 luglio 1993, con il governo Ciampi, il protocollo sulla politica dei redditi legò gli aumenti all’inflazione programmata. Nel 1997 il pacchetto Treu, governo Prodi, aprì la strada al lavoro interinale e ai contratti flessibili. Da una parte si comprimeva il costo del lavoro, dall’altra arrivava ogni anno una massa di lavoratori disposti ad accettare paghe e condizioni che gli italiani rifiutavano. Il risultato è scritto nei dati: secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, in 35 anni i salari lordi reali sono calati in media del 6,6%, e secondo l’Ocse, tra il 1990 e il 2020, l’Italia è l’unico grande Paese dell’area in cui i salari reali sono arretrati invece di crescere.
C’è chi spiega il ristagno dei salari con la bassa produttività italiana. È vero, ma la produttività dipende anche da chi si fa entrare. L’Italia ha importato soprattutto braccia: sono arrivati raccoglitori di pomodori, manovali, badanti, molto più raramente ingegneri e tecnici. Lo dicono i dati Istat elaborati dalla Fondazione Leone Moressa nel rapporto 2026: gli occupati stranieri sono 2 milioni e 587mila, il 10,7% del totale; il 29,9% di loro svolge professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani, e gli stranieri sono il 31,1% di tutti i lavoratori non qualificati del Paese. Nelle professioni qualificate e tecniche, invece, lavora appena il 9,1% degli stranieri, contro il 39,4% degli italiani. In agricoltura sono 180mila e producono il 21,3% del valore aggiunto del settore; nell’edilizia sono 301mila. Un sistema economico che per trent’anni ha puntato sul lavoro a basso costo e a bassa qualifica ha trovato quello che cercava: aziende che non investono, produttività ferma, salari fermi per tutti.
Che l’immigrazione di massa pesi soprattutto su chi sta in basso lo ha ammesso perfino chi l’ha promossa. Nel Regno Unito il Migration Advisory Committee, l’organismo tecnico del governo, nel rapporto finale del 2018 sulla libera circolazione europea ha scritto che l’impatto sui lavoratori meno qualificati può essere più negativo, mentre i più qualificati ne traggono beneficio. Era stato il governo laburista di Tony Blair, nel 2004, ad aprire senza periodo transitorio il mercato del lavoro ai cittadini dei nuovi Paesi membri dell’Est, sulla base di uno studio commissionato dal ministero dell’Interno che prevedeva tra 5mila e 13mila arrivi netti l’anno. Ne arrivarono centinaia di migliaia. A guadagnarci furono le imprese che cercavano manodopera a basso costo; a pagare furono operai, muratori, autisti, camerieri.
Lo stesso copione si è ripetuto in tutta Europa, quasi sempre con la firma dei governi di sinistra. In Germania il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder, alla guida di una coalizione con i Verdi, varò nel 2003 l’Agenda 2010 sul mercato del lavoro: secondo i dati Ocse riportati da Reuters, qualche anno dopo il lavoro a basso salario era arrivato al 20% dei posti a tempo pieno, e quasi 5 milioni di tedeschi avevano come lavoro principale un minijob da 400 euro al mese. In Svezia, sotto il governo socialdemocratico di Stefan Löfven, nel 2015 chiesero asilo circa 163mila persone; sei anni dopo lo stesso Löfven dichiarò: «Non torneremo mai più al 2015». Oggi la polizia svedese conta 23 passanti uccisi in tre anni nelle sparatorie tra bande, che reclutano ragazzini sotto i 15 anni perché non sono imputabili. In Spagna il governo socialista di Pedro Sánchez ha aperto quest’anno una sanatoria per chi era arrivato irregolarmente entro il 2025: il governo stimava 500mila domande, secondo Il Post ne sono arrivate circa 1,3 milioni. Il Regno Unito di Blair, la Germania di Schröder, la Svezia di Löfven, la Spagna di Sánchez: la ricetta è sempre la stessa.
E mentre i salari si fermavano, lo Stato passava a prendere il resto. Nella notte dell’11 luglio 1992 il governo Amato prelevò d’autorità il 6 per mille dai depositi bancari degli italiani. Nel 1997 il governo Prodi impose l’eurotassa per centrare i parametri della moneta unica. Nel dicembre 2011 il governo Monti, con il decreto Salva Italia, bloccò la rivalutazione delle pensioni e, con la riforma Fornero, lasciò decine di migliaia di esodati senza stipendio e senza pensione. Il blocco della rivalutazione è stato poi dichiarato incostituzionale dalla Corte costituzionale con la sentenza 70 del 2015. Salari compressi, risparmi tassati, pensioni congelate: il ceto medio e i lavoratori italiani sono stati spremuti da tutte le parti, mentre si raccontava loro che l’immigrazione avrebbe pagato le pensioni.
Il multiculturalismo, l’altra promessa di quegli anni, è stato bocciato dagli stessi leader europei. Il 16 ottobre 2010, a Potsdam, Angela Merkel disse che il modello multiculturale in Germania era «fallito, assolutamente fallito». Nel febbraio 2011, a Monaco, David Cameron spiegò che con la dottrina del multiculturalismo di Stato si era incoraggiato culture diverse a vivere vite separate, lontane le une dalle altre e dal resto della società. Dopo Los Angeles nel 1992 sono arrivate le banlieue francesi nel 2005 e, in queste settimane, le piazze di Parigi, Milano, Bologna e Torino, con centinaia di fermati, molti dei quali minorenni. Nelle carceri italiane, secondo i dati del Dap riportati dal Garante nazionale dei detenuti, ad aprile 2026 gli stranieri erano 20.124 su 63.940, il 31,47%, a fronte di un’incidenza sulla popolazione del 9,4%.
Ed ecco il paradosso delle piazze di oggi. Se tra i ragazzi delle periferie che spaccano le vetrine ci sono figli di famiglie arrivate per fare i lavori peggio pagati, cresciuti in quartieri dove l’integrazione non è mai arrivata e con salari che non permettono di uscirne, quei ragazzi sono figli di quelle scelte. E la loro rabbia ha un bersaglio sbagliato. Il commerciante di via Torino che ha trovato il negozio svuotato quelle politiche le ha subite, pagando tasse, eurotassa e prelievi. Il conto andrebbe presentato a chi per trent’anni le ha promosse: i governi che hanno tagliato i salari e aperto le frontiere al lavoro a basso costo, i riformisti che lo chiamavano progresso, gli intellettuali che ancora oggi chiedono di «capire».
Il bilancio di trentacinque anni è questo: salari fermi o in calo, una concorrenza al ribasso che ha colpito per primi i lavoratori più deboli, risparmi e pensioni tassati per far quadrare i conti, quartieri dove l’integrazione non è mai avvenuta e una sicurezza che i governi devono ora affidare ai militari. I riformisti di allora promettevano che tutti ne avrebbero tratto vantaggio. Ne hanno tratto vantaggio in pochi; il conto lo stanno pagando tutti gli altri.