Nana borgatara. Se questo è un giudice

La sera del 18 ottobre Alessandro Di Cicco, magistrato in servizio alla Procura di Roma, ha scritto su un profilo Facebook privato: «La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia». Lo riportano Il Giornale e La Verità, mentre l’Adnkronos lo presenta come un attacco alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Meloni, raggiunta telefonicamente dall’Adnkronos, aveva detto di non poter firmare il provvedimento che destinerebbe quasi un miliardo di euro agli aumenti degli stipendi dei magistrati, una cifra che, secondo la premier, è circa dieci volte quella necessaria per l’autotrasporto, e si era detta disponibile ad ascoltare le associazioni di categoria.

La Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati ha scritto che «la magistratura non può essere trasformata nel capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese» e ha sostenuto che le somme sono differenze retributive previste dalla legge e non pagate da anni. Secondo le fonti consultate, l’Anm non ha commentato il post.

Le regole sul comportamento dei magistrati sono nel decreto legislativo 109 del 2006. L’articolo 1 impone di esercitare le funzioni con «correttezza, riserbo ed equilibrio» e nel rispetto della dignità della persona. In un parere del 2021, riportato da Studio Cataldi, la Cassazione ha ricordato che i limiti all’attività dei magistrati sui social valgono anche per i contenuti privati e che l’autocontrollo deve essere ancora più rigoroso quando i contenuti hanno rilevanza politica. Gli illeciti previsti riguardano, tra l’altro, il comportamento gravemente scorretto verso i soggetti collegati all’ufficio (articolo 2), i comportamenti fuori dalle funzioni che compromettono l’immagine di imparzialità (articolo 3) e i fatti che costituiscono reato (articolo 4), come la diffamazione: in alcuni casi la Sezione disciplinare del Csm ha trattato esternazioni di questo tipo come illecito disciplinare.

L’azione disciplinare spetta al Procuratore generale presso la Corte di Cassazione, che ha l’obbligo di esercitarla, mentre il ministro della Giustizia può chiedere al Procuratore generale di svolgere indagini. A decidere è la Sezione disciplinare del Csm, con sanzioni che vanno dall’ammonimento alla rimozione. Nelle fonti consultate non risultano, al momento, richieste di provvedimenti disciplinari, reazioni del ministro Carlo Nordio o del Csm, né una replica di Di Cicco.

Resta una domanda: un pubblico ministero che, nel pieno di una vertenza sugli stipendi della sua categoria, definisce in questo modo la presidente del Consiglio rispetta il dovere di equilibrio che la legge gli impone? La valutazione spetta al Procuratore generale e al ministro, che possono decidere se avviare un procedimento disciplinare.

Foto: Governo italiano, Wikimedia Commons, CC BY 3.0 IT

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