Per ora non risulta. Sabato 3 ottobre il ministero degli Esteri russo ha ripetuto a diplomatici e stranieri l’invito a lasciare Kiev, annunciando “massicci attacchi di rappresaglia” contro obiettivi che definisce militari. Nella notte è stato colpito il Ponte Nord sul Dnipro, il terzo ponte principale colpito in tre giorni. Il comunicato descrive una campagna convenzionale e non nomina armi nucleari.
Ma la domanda ne porta con sé un’altra, più scomoda: che cosa farebbe l’Occidente? Il 25 settembre 2022 il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan promise a Mosca “conseguenze catastrofiche” in caso di uso dell’atomica, ripetendo sette volte che gli Stati Uniti avrebbero “risposto in modo deciso”. Alla domanda su quali sarebbero state, rispose soltanto che nei canali riservati era stato spiegato “in modo più dettagliato che cosa significherebbe esattamente”. Il contenuto di quel messaggio non è mai stato reso pubblico. Il Csis ha osservato che i leader occidentali hanno scelto di segnalare la certezza di una ritorsione mantenendo ambigua la sua natura, e un alto funzionario Nato disse che un attacco nucleare all’Ucraina avrebbe “quasi certamente” provocato una risposta fisica di molti alleati, forse della stessa Nato.
Chi ragiona freddamente ne trae un’altra conclusione, ed è una lettura, non un fatto accertato: se esistesse una risposta pronta e a basso costo, la si direbbe; non la si dice perché ogni opzione ha un prezzo che nessuno vuole pagare. Una ritorsione nucleare su Mosca vorrebbe dire guerra atomica totale. Una risposta convenzionale devastante, come quella ipotizzata dall’ex capo della Cia David Petraeus (distruggere ogni forza russa identificabile in Ucraina e in Crimea e la flotta del Mar Nero), rischierebbe, avvertivano gli esperti del Bulletin of the Atomic Scientists, di provocare un secondo uso nucleare, stavolta contro la Nato. E i leader occidentali, ricorda l’Arms Control Association, hanno sempre evitato di minacciare apertamente una ritorsione nucleare. Nessuno ha mai dichiarato pubblicamente di essere pronto ad attaccare il territorio russo, e secondo questa lettura Putin lo sa.
Il risultato è un paradosso: chi usasse per primo un’arma tattica rischierebbe l’isolamento, ma non necessariamente una punizione proporzionata, perché ogni punizione proporzionata è anche pericolosa. Il vero freno è altrove: Xi Jinping disse nel novembre 2022 che la comunità internazionale doveva “opporsi congiuntamente all’uso o alla minaccia dell’uso di armi nucleari”, il G20 definì l’uso “inammissibile”, il ministro della Difesa indiano mise in guardia Mosca. Per gli analisti di Stanford, Putin non può permettersi di alienarsi Pechino.
Oggi non ci sono segnali di preparativi nucleari. Ma una deterrenza che non può dire cosa farebbe si regge soltanto sulla paura di chi dovrebbe provarla, e più la guerra dura più questa fiducia verrà messa alla prova.