Il 7 ottobre è tra sei giorni: tre anni dalla giornata in cui Hamas ha ucciso circa 1.200 persone e portato via 251 ostaggi. Ma è un errore raccontarla come un fulmine a ciel sereno.
Da Monaco 1972 il terrorismo palestinese ha scelto sempre lo stesso tipo di bersaglio: persone comuni. A Monaco furono undici tra atleti e allenatori israeliani. A Fiumicino, nel 1973, una trentina di passeggeri morirono bruciati nell’aereo Pan Am. Nel 1982, davanti alla sinagoga di Roma, fu ucciso Stefano Gaj Taché, due anni. Nel 1985 l’Achille Lauro fu dirottata e Leon Klinghoffer, ebreo e disabile, fu gettato in mare con la sua sedia a rotelle. Il 27 dicembre 1985 Fiumicino vide tredici persone uccise davanti ai banchi del check-in. Sigle diverse, stesso metodo. E una parte della politica italiana di allora scelse di accomodarsi: il cosiddetto lodo Moro, il patto non scritto di cui ha parlato anche Cossiga.
Oggi quella cultura dell’accomodamento è tornata, e a ritrovarsela davanti sono i più giovani. Non esistono sondaggi comparabili con il 2001, ma i dati recenti sono eloquenti. Secondo il sondaggio Harvard CAPS-Harris, tra gli americani di 18-24 anni la quota di chi, costretto a scegliere, sta con Hamas anziché con Israele è passata dal 48% di marzo 2025 al 60% di agosto, mentre tra tutti gli americani prevale nettamente Israele. Lo stesso sondaggio mostra una maggioranza di quei giovani favorevole alla restituzione incondizionata degli ostaggi: è la prova che qui non c’è un blocco compatto, c’è una confusione. E la confusione la alimentano le parole.
Una parte della sinistra radicale e dell’area anarchica, non tutta e non chi manifesta per i civili di Gaza, ha smesso di distinguere tra la causa dei palestinesi e il programma di chi li ha governati con il terrore. Chiamare “resistenza” chi uccide civili inermi non spiega la realtà: la addolcisce. E la contraddizione è clamorosa: nella Striscia, dove Hamas ha governato dal 2007, i rapporti omosessuali sono reato e le donne vivono sotto un regime di controllo. Chi difende Hamas in nome di femminismo, diritti Lgbt e laicità difende l’esatto contrario di ciò che dice di sostenere.
La politica europea deve smettere di essere ambigua, e può farlo con una regola semplice: nessun riconoscimento, nessun finanziamento, nessuna legittimazione a chi non ripudia Hamas e il terrorismo. Non è una novità: sono le condizioni del Quartetto del 2006 (rinuncia alla violenza, riconoscimento di Israele, rispetto degli accordi) e quelle che Meloni ha posto all’Onu nel settembre 2025 per il riconoscimento della Palestina, cioè la liberazione degli ostaggi e l’esclusione di Hamas da qualsiasi governo. Vanno resi criteri effettivi, validi per tutti, comprese le formazioni che si ispirano ad al-Qaeda o all’Isis, con cui nessun interlocutore democratico può avere dubbi.
Non si tratta di combattere un popolo: i palestinesi sono, per primi, ostaggi di chi li governa con la paura. Si tratta di isolare, politicamente, finanziariamente e culturalmente, chi ha scelto il terrore come metodo. Ai partiti spetta dire con chiarezza da che parte stanno. Ai media spetta chiamare le cose con il loro nome. Dopo cinquant’anni e più di attentati, la neutralità davanti a chi ammazza civili non esiste: è soltanto un altro modo di stare dalla parte sbagliata.