Illustrazione: sagoma di una volante della polizia dipinta sull'asfalto con la scritta POLIZIA

La realtà della politica? Una mano di vernice!

«Le corsie ciclabili sono previste dal Codice della Strada, non sono un’infrastruttura sbagliata. Il problema nasce quando c’è chi non rispetta regole e limiti di velocità». Con queste parole, in un’intervista ad Andrea Joly su La Stampa del 24 settembre, l’assessora alla Mobilità Chiara Foglietta ha difeso la corsia di corso Regina Margherita dove martedì è morto Nicolò, sette anni, investito mentre andava a scuola in bicicletta con il padre. Per il Comune, il problema non è la striscia bianca ma chi non rispetta le regole. La dinamica è ancora in fase di accertamento da parte della polizia locale e nessuna responsabilità individuale è stata stabilita. Questo articolo non riguarda chi era alla guida, ma il modello di mobilità su cui Torino ha scelto di investire. E quel modello va guardato in faccia, soprattutto per quanto è costato.

Tutto comincia nel maggio 2020. In piena pandemia la giunta Appendino presenta il suo piano: 95 chilometri di nuovi percorsi, controviali a 20 all’ora e “bike lane”, cioè corsie per le bici tracciate con la vernice sul lato destro di 11 corsi e vie. Il costo annunciato è di 2,5 milioni di euro. Uno era già in cassa, il resto doveva arrivare da Governo e Regione. Soldi pubblici, di Roma, di Torino e del Piemonte, spesi anche per disegnare sull’asfalto quello che un cordolo avrebbe dovuto proteggere.

Nell’agosto 2021, a fine mandato, arriva un altro milione. Lo presenta la stessa Appendino. Nel progetto ci sono corsie “proprie e promiscue”, la formula in cui bici e auto dividono lo stesso spazio. C’è anche un tratto di corso Regina Margherita, tra il Rondò e corso Principe Oddone. La sindaca lo chiama “principio di condivisione della sede stradale”. Tradotto: un bambino in bicicletta e un’auto sulla stessa striscia di asfalto, separati da una riga.

La giunta Lo Russo non ha cambiato strada. Ha anzi potuto contare su un fiume di denaro in più: 4,1 milioni di euro del Pnrr per otto percorsi ciclabili, approvati su proposta della stessa Foglietta. Anche lì il pacchetto mescola piste vere e “corsie ciclabili”, cioè ancora vernice. E lo scorso giugno, lo ha ricordato la stessa assessora nell’intervista a La Stampa, il Comune ha ridipinto tutte le corsie di corso Vittorio, corso Francia e corso Regina Margherita. La corsia di Vanchiglia dove è morto Nicolò, nel controviale di corso Regina Margherita, era una corsia “promiscua”, non una pista riservata alle biciclette. Si è scelto di rinfrescare la vernice, anziché separare fisicamente le bici dalle auto.

Il nodo è tutto qui. Una pista ciclabile in sede propria, separata dal traffico, costa di più e toglie parcheggi. Una corsia dipinta costa poco, non scontenta nessuno e fa numero: ogni chilometro di vernice finisce nelle statistiche della “città ciclabile” e nei comunicati stampa. Dopo la tragedia persino chi difende la mobilità in bicicletta lo ammette. Comitati di quartiere e associazioni, riporta Torino Cronaca, denunciano troppe corsie disegnate sulla carreggiata senza cordoli di protezione. E su Bikeitalia si legge che non basta ridipingere le linee tratteggiate, come fatto a giugno. Quando perfino i ciclisti dicono che una linea bianca non basta, a essere messo in discussione è il modello stesso.

È un vizio antico della sinistra: scambiare il mondo per il progetto che ne ha disegnato sulla carta. Il comunismo era perfetto sui libri e si è rivelato inapplicabile nella vita reale, perché non teneva conto della variabile più importante: l’uomo, con la sua fretta, i suoi egoismi, i suoi limiti. La corsia dipinta nasce dallo stesso errore, in piccolo. Presuppone un automobilista ideale che rallenta, rispetta la riga e non parcheggia dove non deve. Eppure è la stessa Foglietta, nell’intervista a La Stampa, ad ammettere che sui controviali i limiti di velocità in troppi casi non vengono rispettati e che molte auto sostano su corsie, piste ciclabili e perfino marciapiedi. Se sai che l’uomo reale non rispetta la riga, affidare a una riga la sicurezza di chi pedala, bambini compresi, non è una fatalità: è una scelta politica.

Seguendo questa logica per assurdo, il futuro di Torino è già scritto, anzi dipinto. Al posto del carcere Lorusso e Cutugno basteranno due strisce bianche sull’asfalto e la scritta «carcere», con tanto di «cella 1», «cella 2» e «ora d’aria»? Contro il caldo e la mancanza di verde, sui marciapiedi compariranno le scritte «erba», «albero», «panchina»? Sulle facciate delle case popolari dell’ex Iacp, a completare l’opera, una grande scritta: «socialismo». In Barriera di Milano si tracceranno zone «drug free», con la parola «polizia» dipinta sul selciato. E davanti alle scuole, bene in vista, «inclusione». Tutto andrà meglio: il mondo perfetto sarà qui, disegnato dalle giunte. Con la vernice, naturalmente.

Ma non c’è niente da ridere. Adesso la Consulta della mobilità ciclistica propone di chiudere i controviali alle auto e ricorda che su quei controviali manca ancora qualsiasi infrastruttura fisica che moderi la velocità: niente dissuasori, niente chicane. Serve questo: qualcosa di fisico, non di dipinto. L’assessora invece promette di “approfondire”. La realtà, però, non legge i comunicati.

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