Venerdì 18 settembre, a Itaca, a Formello, Antonio Tajani parla del voto alle politiche e, per spiegare perché fidarsi di una forza stabile, immagina il consiglio che darebbe a un figlio sulla ragazza da sposare: meglio quella più seria e affidabile, una «buona madre di famiglia», che quella affascinante e appariscente. Un paragone da palco, che secondo la Gazzetta del Sud passa quasi inosservato. Finché Italia Viva non pubblica il video sui social.
Da lì parte la polemica. Raffaella Paita chiede le scuse e richiama Ferribotte de I soliti ignoti. Matteo Renzi rilancia il video e chiede a Tajani di scusarsi, legando le parole all’impegno della politica contro il femminicidio, come riporta il quotidiano Domani. Il caso approda anche su La Stampa, che lo titola «scivolone» e gli dedica un commento.
Il punto è la sproporzione. Il paragone nasceva per sostenere una tesi politica, come ricorda il sito Giornale La Voce, e ripete uno stereotipo vecchio quanto il cinema di Monicelli: il proverbio della donna «piccante» da amante e di quella di casa da moglie lo ha citato la stessa Paita. Trasformarlo in un caso nazionale, con richiesta di scuse formali, dice più del clima che della frase.
Il caso Tajani è solo l’ultimo. Da anni descrivere la realtà per quello che è richiede prudenza lessicale. I giornalisti si sono dati regole su come chiamare i migranti: la Carta di Roma, protocollo del 2008 di Ordine dei giornalisti e FNSI, invita a non usare «clandestino». Le cariche si declinano al femminile e chi non lo fa viene guardato di traverso, salvo che a non farlo sia Giorgia Meloni, che nel 2022 ha chiesto a Palazzo Chigi di essere chiamata «il presidente del Consiglio dei ministri». Ogni parola è un campo minato, e l’intenzione conta meno della formula.
Eppure tutti sappiamo che una bella donna, come un bell’uomo, è molto corteggiata. Alzi la mano la prima donna che, sapendo di essere attraente, non si sia trovata «agganciata» da un estraneo entrando in un bar. Alzi la mano il bell’uomo dal fisico scolpito che non abbia sentito risatine e gridolini di un gruppetto di ragazzette. Urliamo allo scandalo? Al sessismo? Sono cose che si vedono, si dicono, ci si ride su. Il problema nasce quando a dirle è uno come Tajani: allora diventano una colpa da espiare con le scuse.
Certo, non si può vivere di stereotipi, tanto più se ci si chiama Tajani e si ha un ruolo istituzionale: le parole di un vicepremier pesano più di quelle di un avventore al bar, e la sensibilità sul femminicidio è reale. Le critiche, in questo, hanno le loro ragioni. Ma da lì a chiedere scuse pubbliche per un paragone da comizio ce ne corre.
Perdonatelo, dunque. In un mondo che va a rotoli, una frase di Tajani non vale tutto questo rumore di fondo.
Foto: European People’s Party, Wikimedia Commons, CC BY 4.0