Bollo azzerato, ma solo per ora: la sinistra è pronta a farlo tornare

Il governo ha abolito il bollo auto per il 2027 su veicoli fino a 80 kW e su moto e scooter — il 70% del parco circolante italiano, circa 14,5 milioni di persone. Meloni l’ha definita “una delle tasse più odiate dagli italiani”, promettendo che diventerà strutturale già dalla prossima legge di bilancio. La reazione delle opposizioni? Non l’approvazione che ci si aspetterebbe di fronte a una tassa in meno per milioni di famiglie, ma un coro di critiche.

Angelo Bonelli di Avs l’ha bollata come “la norma Cetto Laqualunque”, sostenendo che valga solo per il 2027 perché ci sono le elezioni, e accusando il governo di tagliare risorse a sanità e Regioni per finanziarla. Il Pd, con Andrea Casu, contesta la distanza tra l’annuncio di “abolizione” e un’esenzione che sulla carta dura un anno solo. Elly Schlein critica la ricetta nel suo complesso. Persino Eugenio Giani, presidente Pd della Regione Toscana, parla di decreto “tarpa-sanità”, stimando una perdita per la sanità regionale di 300-350 milioni contro ristori di poco più di 100 — cifre che restano da verificare sul riparto definitivo, ma che Giani ha già bollato come “palesemente incostituzionale”.

Il dettaglio più imbarazzante, però, arriva dal Movimento 5 Stelle. I pentastellati hanno richiamato la proposta analoga presentata da Pasquale Tridico in Calabria — la stessa identica misura, sul territorio regionale, che all’epoca la stessa Meloni aveva criticato. Un’opposizione che oggi contesta al governo nazionale quello che il proprio candidato aveva proposto in periferia, e che il governo nazionale contestava allora dall’opposizione locale: il classico caso di posizioni che cambiano a seconda di chi siede al banco del proponente.

Meloni, da Oslo, non le ha mandate a dire: “Sicuramente non ho i pregiudizi della opposizione italiana che quasi quasi sta chiedendo di andare a pagare il bollo della macchina per contestare i provvedimenti del Governo.” Una frase pungente, ma che fotografa bene la dinamica: di fronte a una misura che mette soldi veri nelle tasche di milioni di italiani, il riflesso di una parte dell’opposizione è cercare il pelo nell’uovo — dubbi di costituzionalità, copertura futura, timing elettorale — invece di riconoscere, anche solo in parte, che è una misura che i cittadini aspettavano.

E qui emerge un paradosso che vale la pena sottolineare: l’esenzione, così com’è scritta oggi, dura solo un anno. Diventerà “strutturale” solo se le prossime leggi di bilancio la confermeranno, come promesso da Meloni — ma nulla lo garantisce per legge. Significa che se alle prossime elezioni politiche dovesse vincere una coalizione a guida Pd-M5S-Avs, cioè proprio le forze che oggi la criticano, tecnicamente non avrebbero alcun obbligo di rinnovarla: basterebbe non replicarla nella manovra successiva, e per milioni di italiani il bollo tornerebbe a pesare come prima. Chi oggi parla di “norma Cetto Laqualunque” o di incostituzionalità avrebbe quindi, domani, la possibilità concreta di cancellare una misura che allevia le tasche di 14,5 milioni di persone — coerentemente con le critiche di oggi, ma a caro prezzo per chi nel frattempo si era abituato a non pagarla.

Un’ultima nota di correttezza: non tutta l’opposizione ha semplicemente detto no a prescindere. Le riserve di Azione sul finanziamento degli anni successivi, o i dubbi tecnici sulla copertura con le Regioni, sono critiche di merito legittime su un provvedimento reale, non semplice ostruzionismo. Ma il tono generale — dalla “norma Cetto Laqualunque” di Bonelli all’incostituzionalità gridata da Giani prima ancora che i conti siano definitivi — racconta un’opposizione più a suo agio nel trovare difetti che nel prendere atto di una tassa in meno.

di MR Lutzen

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