Due uomini, due pistole, due esiti giudiziari agli antipodi. Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che nel 2021 inseguì e uccise due dei rapinatori fuggiti dal suo negozio, sconta oggi una condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi, confermata dalla Cassazione lo scorso 15 luglio: si è costituito nel carcere di Bollate. L’arma che usò era sua, detenuta legalmente in casa — il problema, decisivo secondo l’analisi delle motivazioni, è che il porto d’armi gli era stato revocato nel 2005, dopo un episodio di minacce familiari per cui aveva patteggiato due mesi di carcere. Portare in strada un’arma legalmente posseduta ma senza porto valido si è rivelato, nella sentenza, il tassello che ha pesato più di ogni altro.
Tony Boy, 26 anni, arrestato domenica mentre trasmetteva in diretta social la perquisizione in casa propria: trovati cocaina, hashish, marijuana, un bilancino di precisione, e una pistola Beretta calibro 6.35 con matricola abrasa — non semplicemente senza porto d’armi, ma un’arma clandestina, illegale a prescindere da qualunque permesso, nascosta sopra l’armadio con una cinquantina di munizioni. La Procura aveva chiesto il carcere, parlando di “elevatissima pericolosità del soggetto”. La gip di Milano ha convalidato l’arresto ma disposto solo i domiciliari dai genitori, riconoscendo l’accusa per l’arma e non quella di spaccio — accolta la tesi difensiva secondo cui la droga fosse per uso personale, vista una “conclamata dipendenza”.
Va detto con onestà che i due casi non sono perfettamente sovrapponibili: quella di Roggero è una condanna definitiva dopo anni di processo su un fatto di sangue con due morti; quella di Tony Boy è, per ora, solo una misura cautelare in attesa di processo, su fatti che non hanno coinvolto violenza contro persone. Ma il cuore del confronto resta comunque significativo: un’arma clandestina con matricola abrasa — di per sé sempre illegale, a differenza di un’arma legale senza porto valido — unita al possesso di droga in casa, ha convinto una gip a concedere i domiciliari a ventiquattr’ore dall’arresto. Chi ha usato un’arma propria, legalmente detenuta, per reagire a una rapina subìta nel proprio negozio sta scontando quasi quindici anni di carcere vero. Il diritto penale valuta fatti diversi con criteri diversi, per definizione — ma la distanza tra i due esiti, messi uno accanto all’altro, resta difficile da spiegare a chi non mastica le sottigliezze processuali.