“Woke 1 era una follia”: la sinistra Usa scopre quindici anni dopo quello che diceva l’avversario

Alexandria Ocasio-Cortez, ospite di This Week su ABC, liquida così anni di battaglie identitarie della sua stessa area politica: cita un consigliere comunale che le ripete “Woke 1 era una follia”, e ride. Poi aggiunge che certi toni, quelli del periodo 2019-2020, “non sono più il linguaggio che useremmo oggi”. La stessa AOC che aveva sostenuto il definanziamento della polizia, l’abolizione dell’ICE, i risarcimenti per gli afroamericani — bandiere identitarie di un’intera stagione politica — oggi le archivia con una battuta in tv, senza spiegare seriamente perché fossero sbagliate.

Non è la sola: Francesca Hong, candidata democratica per il Wisconsin, si è vista costretta a giustificare vecchi tweet in cui proponeva di abolire la polizia e “cancellare il Ringraziamento”, derubricandoli a “prese di posizione infelici” scritte sotto stress durante il Covid. Persino la CNN, commentando la mossa, scrive che liquidare col sorriso anni di posizioni radicali — invece di spiegare pubblicamente l’errore — “fa male al dibattito politico americano”: non è autocritica, è marketing elettorale.

Il tempismo è la parte che più fa riflettere. Per quindici anni buona parte della sinistra occidentale ha trattato ogni dubbio sull’espansione senza fine delle rivendicazioni identitarie come un sintomo di arretratezza morale — mentre intanto, come mostra oggi uno studio della Brookings sulle primarie 2026, gli stessi elettori democratici restavano favorevoli alle politiche economiche progressiste ma voltavano sistematicamente le spalle proprio alle battaglie culturali. Non è un dettaglio da poco: significa che l’elettorato aveva già emesso il proprio verdetto molto prima che il partito trovasse il coraggio di ammetterlo.

C’è un paradosso che il dibattito politico raramente affronta con onestà, ed è tutto interno al mondo Lgbt, non esterno: intellettuali gay come Andrew Sullivan sostengono da decenni che il matrimonio egualitario andava difeso come normalizzazione — “siamo cittadini come gli altri, con gli stessi doveri e gli stessi diritti” — non come vetrina di un’identità spettacolarizzata. La deriva verso la rappresentazione più esibizionista, quella dei carri e delle sfilate diventate immagine pubblica dominante del movimento, ha finito per allontanare proprio la maggioranza silenziosa di persone gay che chiedeva normalità, non visibilità a ogni costo — lasciando che fosse la minoranza più rumorosa a parlare a nome di tutti, con il risultato di alienare sia una parte della propria comunità sia l’elettorato moderato o che quelle battaglie avrebbero dovuto convincere, non spaventare.

Lo stesso meccanismo, identico nella struttura, si ritrova nel mondo della disabilità — e anche qui a denunciarlo per prima è stata una voce interna, non esterna: Stella Young, comica e giornalista australiana disabile, ha coniato l’espressione “inspiration porn” per descrivere l’uso della disabilità come spettacolo commovente a beneficio emotivo di chi guarda, invece che come battaglia per diritti concreti. È la differenza tra un telethon costruito per commuovere il pubblico in prima serata e una legge sul collocamento obbligatorio che garantisce davvero un posto di lavoro; tra un’esibizione sportiva pensata per fare audience e una norma che consente a una persona non vedente di lavorare come centralinista o a un militare con disabilità di pilotare un drone invece di essere relegato a un ruolo simbolico. La rappresentazione spettacolare, anche quando nasce da buone intenzioni, rischia di sostituirsi al lavoro paziente e poco fotogenico delle riforme reali — occupazione, pensioni, accessibilità concreta — lasciando che sia il gesto più scenografico, non quello più utile, a occupare lo spazio pubblico.

Un terzo esempio, italiano, segue lo stesso schema. Nel febbraio 2025 la cantante Francamente (Francesca Siano), invitata a intonare l’inno alla finale di Coppa Italia di volley femminile, ha criticato pubblicamente l’incipit “Fratelli d’Italia” come poco inclusivo, valutando poi di rinunciare alla modifica del testo per il rischio di incorrere nel reato di vilipendio alla bandiera. La premier Giorgia Meloni le ha risposto, senza nominarla, difendendo l’inno come custode di “storia”, “orgoglio” e “senso di appartenenza”. Resta un dettaglio storico che il dibattito ha ignorato: nel 1847 “fratelli” era la forma grammaticale standard per un gruppo misto in italiano, non una scelta deliberatamente escludente — e lo stesso Mameli, in una strofa dell’inno oggi non più cantata, si rivolgeva esplicitamente alle donne: “Tessete o fanciulle / bandiere e coccarde”. Anche qui, una battaglia simbolica su un testo di 178 anni fa finisce per occupare uno spazio pubblico che questioni materiali — parità salariale, rappresentanza nei ruoli apicali, violenza di genere — otterrebbero più raramente.

Non è mai troppo tardi per correggere la rotta. Ma quindici anni di ritardo, in politica, si pagano quasi sempre in seggi persi — non in applausi per l’autocritica tardiva.

di MR Lutzen

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