Esistono due realtà parallele in questo Paese, due mondi che non si incontrano mai e che viaggiano a latitudini completamente diverse. Da una parte c’è la realtà della gente comune, costretta a fare i conti ogni giorno con la paura di prendersi una coltellata da delinquenti, folli e sbandati lasciati liberi di circolare nelle nostre strade. È la realtà delle aggressioni selvagge, delle rapine e delle violenze che si consumano sul cemento delle città, sotto gli occhi di passanti terrorizzati. Dall’altra parte, separata da un fossato invalicabile, c’è la realtà virtuale e dorata della politica e delle istituzioni. È il mondo dei social network, una sfilata incessante di profili ufficiali intasati da fotografie di banchetti, ricevimenti di gala, visite istituzionali e strette di mano impeccabili. Mentre i cittadini rischiano la vita per strada, i loro rappresentanti si mostrano abbracciati ad amici e presunti tali, sfoggiando sorrisi smaglianti a beneficio di telecamera.
Questa distanza siderale tra i cosiddetti “VIP delle istituzioni” e il popolo reale sta producendo una conseguenza drammatica e inevitabile: la popolazione è ormai giunta al limite estremo della sopportazione. L’assenza totale dello Stato sul territorio ha creato un vuoto di protezione così profondo che i cittadini si sentono completamente abbandonati a se stessi. Non è un caso se si assiste con sempre maggiore frequenza a interventi diretti della popolazione per sventare risse, bloccare rapine, fermare stupri o respingere aggressioni. Le persone comuni scendono in prima linea e intervengono non per scelta, ma perché non c’è altro da fare. Voltarsi dall’altra parte significherebbe accettare la barbarie in un territorio da cui lo Stato sembra aver definitivamente cancellato la propria presenza e il proprio controllo.
Il fallimento del sistema è reso ancora più frustrante dal cortocircuito che si innesca anche nei rari momenti in cui le istituzioni provano a dare un segno di vita. Quando la pattuglia di turno, con enormi sforzi e rischi personali, riesce a intervenire e ad assicurare alla giustizia un criminale, scatta immediatamente il meccanismo perverso della burocrazia giudiziaria. C’è subito un giudice pronto a disporre la scarcerazione, rimettendo in libertà il delinquente a volte nel giro di un paio d’ore, libero di tornare esattamente nello stesso posto a colpire ancora. È lo spettacolo grottesco di uno Stato contro lo Stato, dove gli apparati amministrativi e giudiziari vanificano il lavoro delle forze dell’ordine sul campo, azzerando qualsiasi certezza della pena e lasciando la cittadinanza esposta al pericolo costante.
Nel frattempo, la politica continua a recitare un copione scritto unicamente per la propria sopravvivenza e il proprio consenso. Governo e opposizione si fanno una guerra di propaganda quotidiana, scontrandosi su slogan ideologici e scambiandosi accuse reciproche che non cambiano di un millimetro la realtà dei quartieri degradati e delle strade fuori controllo. Mentre i palazzi del potere si consumano in queste faide teatrali, i cittadini restano intrappolati a guardare le facce sorridenti di politici milionari che stringono mani, frequentano salotti esclusivi e mangiano aragoste nei loro ricevimenti blindati. È il ritratto definitivo di un Paese spaccato in due, dove chi dovrebbe governare e proteggere ha scelto la distanza dei privilegi, lasciando che la gente comune impari a difendersi da sola in un territorio abbandonato a se stesso.