Oggi, 6 giugno 2026, Torino si ferma. Non per un’emergenza sanitaria, non per un blackout, non per una calamità naturale. Si ferma per il Pride, alla sua ventesima edizione, ribattezzata con il claim “Venti di Lotte” — un gioco di parole che, come tutto il resto, suona come una trovata pubblicitaria più che come una rivendicazione politica.
Il copione è immutabile. Raduno al Valentino dalle 14:30, corteo che attraversa corso Vittorio Emanuele II, corso Galileo Ferraris, via Pietro Micca, piazza Castello, via Po, fino al gran finale in piazza Vittorio. Centro città blindato dalle 13:30 — auto, bici, monopattini, tutto fermo — per consentire la sfilata di carri, costumi e paillettes. Sul palco, ospite d’onore, Ambra Angiolini con la figlia Jolanda Renga. “T’appartengo” come colonna sonora di una manifestazione politica. Davvero.
Qualcuno, a questo punto, dovrebbe avere il coraggio di fare la domanda ovvia: di cosa stiamo parlando esattamente?
Non di diritti, evidentemente. Se si trattasse di diritti, il dibattito sarebbe nelle aule parlamentari, nei tribunali, nelle università. Invece è in piazza Vittorio, con un biglietto da 8 euro per il party serale al Centralino Club. I diritti civili si rivendicano, in democrazia, attraverso gli strumenti della democrazia. Le sfilate con Ambra Angiolini appartengono a un’altra categoria — quella dell’intrattenimento — e sarebbe onesto ammetterlo.
Il Comune di Torino patrocina, partecipa, esibisce il proprio logo. La macchina istituzionale si mette al servizio di un evento che nel tempo ha smesso di essere contestazione per diventare consenso organizzato, folklore urbano, occasione di visibilità per amministratori in cerca di fotografie. Il sindaco ci sarà, naturalmente. Ci sono sempre tutti, quando la piazza è quella giusta.
Il tema “Venti di Lotte” celebra vent’anni di Pride torinese dal 2006. Vent’anni. Vale la pena chiedersi: in questi vent’anni, quali battaglie concrete ha vinto questo movimento? Le unioni civili le ha fatte Renzi nel 2016, per calcolo politico, non per effetto dei carri arcobaleno. Il riconoscimento dei figli delle coppie omogenitoriali è ancora una questione aperta, bloccata da veti incrociati tra partiti che al Pride mandano i loro rappresentanti a sorridere. La legge contro le discriminazioni è stata affossata in Parlamento nel 2021 — anche lì, qualcuno che al Pride ci era andato ha votato contro.
Vent’anni di sfilate, zero capacità di incidere sulla legislazione. Ma il palco in piazza Vittorio è sempre lì, puntuale.
Nel frattempo, la città reale si ferma. Chi deve lavorare nel centro di Torino il sabato pomeriggio si arrangia. I commercianti calcolano perdite e chiusure. I residenti lungo il percorso gestiscono l’impossibilità di uscire di casa in macchina per ore. Questi non sono problemi che interessano il racconto dominante, naturalmente. Non fanno buona stampa.
L’anno prossimo la posta si alza ulteriormente: Torino ospiterà l’EuroPride 2027. La città è già proiettata verso quella vetrina internazionale, con tutto ciò che comporta in termini di costi pubblici, occupazione di spazi, comunicazione istituzionale. Torino “punto di riferimento per i diritti LGBTQIA+ in Italia e in Europa”, recita la narrativa ufficiale. Una narrativa che costa soldi pubblici e che serve principalmente a chi la narrativa la produce.
Chi dissente, naturalmente, è omofobo. È la chiusura del dibattito più efficiente che la contemporaneità abbia inventato: non rispondere agli argomenti, etichettare chi li pone. Funziona benissimo, da vent’anni.
Buon Pride, Torino.