Spagna, la fine del mito progressista: fallimento economico, emergenza sicurezza e il sorpasso dimezzato sull’Italia

L’esito delle recenti elezioni in Andalusia segna una svolta politica di cruciale importanza, delineando un quadro che va ben oltre i confini regionali e assesta un colpo durissimo al governo centrale guidato da Pedro Sánchez. I risultati delle urne offrono una fotografia inequivocabile del malcontento popolare nei confronti delle politiche della sinistra, traducendosi in una vera e propria disfatta per i socialisti e nell’affermazione travolgente di una nuova sensibilità degli elettori.

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Il dato più eclatante di questa tornata elettorale è senza dubbio l’ascesa inarrestabile di Vox. Il partito della destra non si limita più a raccogliere un voto di protesta, ma consolida la propria presenza sul territorio in modo così massiccio da diventare il vero e proprio ago della bilancia per la formazione del prossimo governo andaluso. Questa crescita esponenziale dimostra come i messaggi della destra, focalizzati sulla sicurezza, sulla tutela dell’identità nazionale e sul contrasto netto alle decisioni dell’esecutivo centrale, abbiano fatto breccia in un elettorato stanco delle promesse non mantenute e di quelle che molti considerano le decisioni fallimentari e i passi falsi di Sánchez.

Per il leader socialista, questo voto rappresenta un campanello d’allarme impossibile da ignorare. L’Andalusia, storicamente considerata una roccaforte progressista, ha voltato le spalle alle strategie del cammino governativo nazionale, bocciando di fatto una gestione politica ritenuta ormai distante dai problemi reali dei cittadini. La sconfitta assume i contorni di un totale repulsa nei confronti della narrazione e delle riforme proposte da Madrid negli ultimi anni.

L’evoluzione della storia recente spagnola mostra una parabola netta, caratterizzata dal passaggio da una fase di straordinaria espansione macroeconomica a una profonda crisi strutturale, le cui ripercussioni sociali e di sicurezza sono visibili ancora oggi nelle principali metropoli del Paese. Il periodo compreso tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila, sotto la guida di José María Aznar, ha coinciso con quello che venne definito il “miracolo economico spagnolo”. Sfruttando appieno l’ingresso nell’Eurozona, il governo portò avanti una politica di forte deregolamentazione, privatizzazioni e contenimento del debito pubblico, che scese drasticamente. Questo modello, pur poggiando in modo rischioso sul settore immobiliare e sull’edilizia, garantì tassi di crescita del PIL superiori alla media europea e una drastica riduzione della disoccupazione, trasformando la Spagna in un polo d’attrazione globale.

Il cambio di rotta politico con l’arrivo alla Moncloa di José Luis Rodríguez Zapatero nel 2004 fu inizialmente salutato con enorme entusiasmo dalla sinistra internazionale, in particolare da quella italiana, che vedeva in lui il punto di riferimento di un progressismo moderno, focalizzato sui diritti civili e sulle riforme sociali. Tuttavia, la narrazione del mito zapaterista si scontrò violentemente con la realtà economica nel 2008. L’esecutivo non seppe anticipare né arginare lo scoppio della gigantesca bolla immobiliare, negando a lungo l’arrivo della crisi. Quando gli effetti della recessione globale travolsero il Paese, la Spagna precipitò in un baratro economico: il deficit pubblico schizzò alle stelle, il PIL crollò e la disoccupazione superò il venti per cento, colpendo drammaticamente i giovani. Le drastiche misure di austerità e i tagli lacrime e sangue che Zapatero fu costretto a varare alla fine del suo mandato distrussero la sua reputazione politica, lasciando un Paese profondamente impoverito e spaccato.

L’analisi del celebre “sorpasso” economico della Spagna ai danni dell’Italia in termini di PIL pro capite a parità di potere d’acquisto, registrato provvisoriamente tra il 2017 e il 2018, offre una chiave di lettura chiarificatrice sui reali rapporti di forza macroeconomici nell’Europa meridionale. Questo storico sorpasso, spesso sbandierato dalla retorica progressista come il trionfo del modello sociale iberico, rivela una dinamica profondamente diversa: non si è trattato del successo strutturale delle ricette della sinistra spagnola, ma del risultato di un galleggiamento inerziale di Madrid combinato con il lungo e cronico immobilismo del sistema Paese italiano.

La crescita della Spagna che ha portato a quel temporaneo aggancio non è figlia delle politiche economiche dei governi socialisti, ma è avvenuta nonostante di esse. Il tessuto produttivo e industriale spagnolo ha continuato a beneficiare per anni della coda lunga delle riforme strutturali e delle liberalizzazioni degli anni novanta e duemila, oltre che di una massiccia e costante iniezione di fondi strutturali europei che hanno ammodernato le infrastrutture. Le amministrazioni socialiste succedutesi nel tempo hanno spesso cavalcato questa inerzia positiva, introducendo però al contempo un aumento della spesa pubblica, l’irrigidimento del mercato del lavoro e una forte pressione fiscale che hanno storicamente frenato il pieno potenziale di sviluppo del Paese, lasciandolo esposto a tassi di disoccupazione strutturale tra i più alti d’Europa.

Il fattore determinante del sorpasso va quindi cercato nei demeriti e nelle fragilità dell’Italia. Mentre la Spagna manteneva un ritmo di crescita minimo garantito dalla sua modernizzazione recente, l’Italia si è avvitata in un ventennio di stagnazione della produttività, burocrazia asfissiante, paralisi degli investimenti pubblici e un debito sovrano opprimente che ha drenato risorse vitali per lo sviluppo. Il declino relativo italiano ha così permesso alla Spagna di colmare il divario storico per puro galleggiamento, senza che Madrid dovesse esprimere una reale eccellenza industriale o tecnologica paragonabile a quella delle regioni del Nord Italia. La fragilità di quel sorpasso basato sul galleggiamento è emersa con chiarezza negli anni successivi. Non appena l’economia globale ha affrontato shock sistemici, la mancanza di una solida base industriale diversificata in Spagna — fortemente dipendente dal turismo e dai servizi — ha mostrato il conto, riportando l’Italia avanti negli indicatori del PIL pro capite. Quel momento storico resta l’emblema di una competizione al ribasso, dove a fare la differenza non è stata la lungimiranza delle politiche socialiste spagnole, ma la velocità del declino strutturale della controparte italiana.

Parallelamente al declino economico, si è sviluppata una complessa crisi sociale legata alla gestione dei flussi migratori e alla sicurezza urbana, che ha modificato il volto di storiche città. Barcellona è diventata il simbolo di questo profondo mutamento. Nell’ultimo decennio, la gestione municipale, spesso accusata di eccessiva tolleranza o passività ideologica, ha favorito il radicamento di fenomeni di illegalità diffusa nel cuore del centro storico.

La celebre passeggiata delle Ramblas e le zone limitrofe del quartiere Raval sono state segnate dalla presenza costante dei cosiddetti manteros, venditori abusivi che occupano i marciapiedi con grandi teli per vendere merce contraffatta, creando forti tensioni con i commercianti locali e un senso di degrado urbano. A questa situazione si aggiunge l’allarme per la sicurezza legato alla criminalità predatoria e al narcotraffico. A causa della sua posizione geografica e delle maglie larghe nei controlli in determinati settori, la Spagna si è consolidata come la principale porta d’accesso per il traffico di hashish proveniente dal Nord Africa, destinato a rifornire i mercati di tutta Europa. Il proliferare dei cosiddetti “narcopisos” (appartamenti occupati e usati come centrali dello spaccio) nei vicoli di Barcellona ha esasperato i residenti, trasformando zone un tempo ad altissima vocazione turistica in aree ad alta densità di conflitto sociale e microcriminalità.

Con Vox in una posizione di forza assoluta, la mappa politica spagnola si redistribuisce rapidamente. Le trattative per la stabilità regionale costringeranno i moderati a fare i conti con l’energia e i programmi di una destra rinvigorita, pronta a far pesare ogni singolo seggio ottenuto. L’ondata andalusa promette così di propagarsi a livello nazionale, mettendo seriamente in discussione il futuro politico di Sánchez e ridefinendo l’intera agenda dei mesi a venire.