Primo Maggio: festa dei lavoratori come Mussolini (secondo il milionario Pelù)

Il palco del Primo Maggio a Roma è da sempre il teatro della retorica impegnata, ma quest’anno Piero Pelù è riuscito nell’impresa di trasformare la celebrazione del lavoro in un grottesco corto circuito storico. Definire Benito Mussolini un “morto sul lavoro” non è solo una provocazione mirata a scuotere il torpore di una piazza assolata, è un esercizio di equilibrismo logico che finisce per insultare l’intelligenza di chiunque abbia un minimo di memoria. Mentre il paese piange operai veri che cadono dai pontili per paghe misere, l’accostamento tra il sangue dei cantieri e la fine del dittatore a Dongo svuota di significato la tragedia quotidiana delle morti bianche, riducendola a un espediente per strappare un titolo sui giornali.

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L’ironia più amara sta nel fatto che Pelù ha urlato questa sciocchezza grazie alla libertà di parola riconquistata proprio da quei partigiani che perdettero la vita combattendo l’uomo da lui appena “promosso” a lavoratore sfortunato. È un paradosso che offende la sinistra storica e il mondo sindacale, calpestando il sacrificio di chi è morto per permettere a un artista di salire su quel palco a dire impunemente enormità. Allo stesso tempo, la sparata riesce nel miracolo di irritare anche la destra, che vede strumentalizzata la propria storia in un paragone che manca di qualsiasi dignità politica o sociale.

Non è certo la prima volta che cantanti milionari salgono su quel palco per dispensare cavolate, dimostrando una volta di più quanto il loro mondo sia sideralmente distante dalla realtà. Si tratta di personaggi che trascorrono trecentosessantaquattro giorni all’anno immersi nell’oro, protetti dalle mura di ville isolate con piscina, per poi travestirsi per poche ore da improbabili tribuni e difensori del popolo. In un paese normale, parole del genere avrebbero già spinto la magistratura ad aprire un fascicolo per fare chiarezza sulla gravità delle affermazioni. In questo caos di offese incrociate, resta solo il silenzio imbarazzato che ha gelato la piazza, segno che quando la provocazione ignora il rispetto per il dolore reale e per la storia, smette di essere arte e diventa semplicemente una triste scemenza da palcoscenico.

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