Il malessere del calcio italiano non si ferma affatto a chi allaccia gli scarpini per scendere in campo. I giocatori viziati e strapagati sono solo la vetrina sfarzosa di un negozio che, nel retrobottega, è in totale bancarotta morale e sportiva. Dirigenti, procuratori, vertici federali e intermediari assortiti compongono una piramide di privilegi in cui la meritocrazia è stata completamente sostituita dal profitto a ogni costo. Di fronte al declino inesorabile del movimento, è il momento di pretendere che questo intero ecosistema restituisca ciò che non ha minimamente meritato di incassare.
I burattinai del fallimento
Le poltrone del potere calcistico italiano sono occupate da figure che sembrano immuni a qualsiasi disastro sportivo. Nonostante le mancate qualificazioni ai vertici mondiali, la presenza di stadi fatiscenti e un prodotto televisivo sempre meno appetibile a livello internazionale, i compensi manageriali, le prebende e i premi di produzione rimangono misteriosamente intoccabili. L’incapacità cronica di programmare il futuro, di riformare i campionati e di valorizzare le infrastrutture viene puntualmente mascherata con rimpasti interni o banali scaricabarile. Se il calcio fosse un’azienda normale, i vertici avrebbero già rassegnato le dimissioni da un pezzo; invece, continuano a prosperare sulle macerie e sulla passione dei tifosi.
Le sanguisughe del mercato
Intorno a questo sistema malato gravita poi l’esercito dei procuratori, degli agenti e degli intermediari. Queste figure drenano capitali immensi dal sistema calcio attraverso commissioni astronomiche, arricchendosi per spostare da una panchina all’altra atleti spesso sopravvalutati. Il loro gioco si basa sul creare valutazioni fittizie, speculare sulle necessità dei club e alimentare un circolo vizioso di plusvalenze e debiti. Questa enorme ricchezza, letteralmente sottratta agli investimenti strutturali e alla costruzione di veri settori giovanili, rappresenta il furto più grande e ingiustificato all’anima del nostro calcio. Sono diventati i veri padroni del gioco, pur non avendo mai sudato su un campo o investito capitali propri.
L’obbligo della restituzione
Pretendere che restituiscano il maltolto non è una semplice provocazione, ma una necessità per la sopravvivenza stessa di questo sport in Italia. Restituire significa pretendere che i dirigenti leghino i propri compensi ai risultati reali e alla reale sostenibilità dei club, rinunciando a bonus milionari quando le società affogano nei debiti e le Nazionali falliscono miseramente. Significa imporre tetti ferrei alle commissioni di chi lucra sul calciomercato e costringere le leghe a reinvestire i proventi dei diritti televisivi nello sport di base, nei campetti di periferia, nei luoghi in cui il calcio dovrebbe nascere pulito.
Ma soprattutto, restituire significa ridare il calcio a chi lo finanzia da sempre e lo tiene in vita: i tifosi. Smettere di trattare gli appassionati come bancomat da spremere con abbonamenti pay-tv frammentati, magliette a prezzi folli e biglietti per gli stadi inaccessibili. Finché non ci sarà una purga morale ed economica, unita a un vigoroso passo indietro da parte di chi ha arricchito se stesso spolpando il movimento, l’intero sistema calcistico italiano continuerà a confermare il titolo più amaro: un teatro di ricchi scemi che hanno venduto l’anima del proprio sport.