Rolex, Rum e Rivoluzione: Brindando al Buco Nero nel Silenzio dei Morti

Di Madame Radical

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Nel crepuscolo dorato di un attico a Prati, il tintinnio del ghiaccio nei bicchieri di cristallo scandisce il ritmo di una resistenza che non conosce fango, ma solo velluto. La padrona di casa, avvolta in un caftano di seta che profuma di nicchia e privilegio, distribuisce le carte per la consueta partita a canasta con la stessa solennità con cui un tempo si distribuivano i volantini in facoltà. Qui, il mondo esterno è un rumore di fondo che viene filtrato attraverso le lenti scure di un progressismo che ha sostituito la piazza con la terrazza.

Il dibattito si accende morbidamente intorno a un Rum cubano del ’58, un nettare pre-rivoluzionario che scivola in gola mentre si commenta la drammatica scarsità di “paradisi” rimasti sulla carta geografica. Il Venezuela di Maduro è ormai considerato un errore di scenografia, troppo rumoroso e pasticciato con quegli squadroni della morte che lasciano macchie di sangue così difficili da ignorare tra una portata e l’altra. Persino Cuba ha perso smalto, svenduta a un turismo che mette a nudo una fame troppo esplicita per essere definita poetica.

Il vero rammarico della serata cade però sull’Iran. Gli ospiti scuotono la testa con sincero fastidio verso quegli imperialisti occidentali che, armati di una tecnologia indiscreta, hanno osato far uscire le immagini degli impiccati. È colpa di quei maledetti capelloni se la bontà e la lungimiranza della bonanima di Khamenei sono state messe in discussione; una mancanza di rispetto per l’intelligenza di un regime che, visto da lontano, possedeva un rigore quasi mistico. È deprimente come la luce della realtà riesca sempre a guastare l’incanto di una teocrazia ben confezionata.

Fortunatamente, resta la Corea del Nord. Pyongyang è l’unico investimento ideologico che non tradisce mai, il buco nero perfetto dove la luce non entra e, soprattutto, da cui nulla esce. È il trionfo del silenzio assoluto, un catino di regime dove le fucilazioni avvengono con la cortesia di un silenziatore, senza mai disturbare il sonno dei progressisti internazionali. Mentre l’Architetto accavalla le gambe, mettendo in mostra un pantalone in cachemire che vale dieci anni di stipendi di un operaio di Kaesong, si celebra la pulizia di un mondo senza social media, dove l’ordine è garantito dalla totale assenza di individui.

Sulla parete, il volto di Ernesto Guevara osserva la scena con lo sguardo vitreo di chi sa di essere diventato il miglior venditore di t-shirt della storia. È il brand ideale per chi indossa un Rolex Submariner mentre sogna la fine del capitale: un cronografo di precisione indispensabile per non arrivare in ritardo alla prossima cena di solidarietà. In questo salotto, la Corea non è una nazione, ma un oggetto di design minimalista, un’astrazione necessaria per continuare a brindare alla rivoluzione senza mai doverne sentire l’odore.

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