Lo scudo di carta: la farsa del diritto internazionale secondo Putin

C’è un paradosso grottesco che attraversa ogni discorso di Vladimir Putin: l’invocazione sacrale di quel diritto internazionale che, nei fatti, egli stesso ha ridotto in macerie. Il leader del Cremlino ha trasformato la legge delle nazioni in un’arma di propaganda, utilizzandola non come un limite al potere, ma come un velo per coprire l’arbitrio. È la strategia del colpevole che si improvvisa giudice per distogliere l’attenzione dal crimine.

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Il cuore di questa distorsione risiede nel concetto di sovranità. Per Mosca, la sovranità è un dogma assoluto quando si tratta di respingere le critiche sui diritti umani o sulla repressione del dissenso interno; diventa invece un ostacolo trascurabile quando riguarda i paesi vicini. Dall’aggressione alla Georgia nel 2008 fino all’invasione dell’Ucraina, il principio dell’integrità territoriale è stato calpestato ogni volta che collideva con le ambizioni imperiali russe. Richiamare oggi la Carta delle Nazioni Unite dopo averne violato l’Articolo 2 — che vieta tassativamente l’uso della forza contro altri Stati — non è diplomazia: è cinismo puro.

Per giustificare l’ingiustificabile, Putin ha piegato il linguaggio giuridico fino a spezzarlo. Ha evocato la “protezione dei civili” e il “genocidio” senza alcuna prova fattuale, cercando di dare una parvenza di legalità a un’invasione che la Corte Internazionale di Giustizia ha già condannato. È la tecnica del riflesso: accusare l’Occidente di passate violazioni per rivendicare il diritto di compierne di nuove, come se un errore altrui cancellasse la responsabilità dei propri crimini.

Il tradimento più profondo resta quello del Memorandum di Budapest. Nel 1994, la Russia garantì solennemente i confini dell’Ucraina in cambio della sua denuclearizzazione. Firmando quell’accordo e poi violandolo sistematicamente dal 2014 in poi, Putin non ha solo colpito un vicino, ma ha avvelenato la fiducia globale nei trattati internazionali. Se la parola data da una grande potenza non vale più della carta su cui è scritta, l’intero ordine mondiale scivola verso la legge della giungla.

Oggi, mentre un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale pende sulla sua figura per la deportazione di minori, il contrasto tra la retorica e la realtà è totale. Il diritto internazionale, nelle mani del Cremlino, è diventato un menù “alla carta”: si invocano le regole per paralizzare gli avversari, ma si ignorano non appena diventano un vincolo.

In definitiva, chi oggi richiama la legge mondiale dopo averla ripetutamente violata non cerca giustizia, ma impunità. Quella di Putin non è una difesa del diritto, è il suo funerale celebrato con il linguaggio dei trattati.