“Rogoredo: indagati per aver fatto il proprio dovere. Chi difenderà i difensori?”

Nel fango di Rogoredo, tra le siringhe e la disperazione di una delle piazze di spaccio più feroci d’Europa, non si è consumata solo una sparatoria. Si è consumato l’ennesimo atto di un dramma tutto italiano: il processo alle intenzioni contro chi porta una divisa.

Oggi, sul registro degli indagati, non finisce solo l’agente che ha premuto il grilletto per difendere la propria vita, ma l’intera squadra. Cinque poliziotti messi alla gogna per omicidio volontario, favoreggiamento e omissione di soccorso. Il messaggio che arriva dai palazzi della giustizia è agghiacciante: meglio subire che intervenire.

La frazione di secondo contro mesi di perizie

Un uomo estrae una pistola nel buio. Non c’è tempo per chiedere se sia vera o un giocattolo senza tappo rosso. C’è solo l’istinto di sopravvivenza e il dovere di neutralizzare una minaccia. Eppure, quella frazione di secondo viene oggi sezionata al microscopio da magistrati che analizzano il fatto con il cronometro in mano e la comodità della poltrona.

Mentre un delinquente con precedenti riceve tutele e attenzione mediatica, i servitori dello Stato vengono trattati come criminali comuni. Le “incongruenze” nei verbali, che in un contesto di guerriglia urbana dovrebbero essere considerate fisiologiche reazioni allo shock, diventano per la Procura prove di un complotto.

Il diritto alla difesa è diventato un reato?

Siamo di fronte a un sistema che sembra preferire il poliziotto ferito o morto al poliziotto che reagisce. Indagare per favoreggiamento dei colleghi significa minare alla base lo spirito di corpo e la fiducia tra chi ogni giorno rischia la pelle sulla strada per pochi spiccioli di stipendio.

Se ogni controllo antispaccio deve trasformarsi in un calvario giudiziario per gli agenti, chi avrà ancora il coraggio di entrare in quei boschetti? La verità è che, colpendo questi cinque poliziotti, lo Stato sta amputando le proprie stesse braccia, lasciando il territorio in mano alla criminalità.

Basta con il garantismo a senso unico

È ora di dire basta a una giustizia che guarda con la lente d’ingrandimento il millimetro dello sparo o il minuto del soccorso, ignorando il contesto di degrado e pericolo in cui questi uomini operano. La legittima difesa non può essere un concetto astratto da discutere nelle aule di tribunale anni dopo i fatti; deve essere un diritto garantito a chi rappresenta la legge.

Chi sta con le guardie e chi sta con i ladri? A giudicare dalle ultime mosse della Procura di Milano, la risposta sembra purtroppo scontata. Ma una società che non difende i propri difensori è una società destinata a soccombere al caos.

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