L’IMMIGRAZIONE È UNA STAMPELLA, NON UN VITALIZIO: IL GRANDE BLUFF DELLE PENSIONI “PAGATE”

C’è una favola che viene raccontata periodicamente nei salotti televisivi e nei convegni dell’intelligentsia economica: quella secondo cui il sistema pensionistico italiano sarebbe salvato dagli immigrati. Una narrazione confortante, quasi magica, che trasforma milioni di lavoratori a basso reddito nei nuovi “mecenate” del nostro welfare. Peccato che, a guardare bene i conti, la realtà somigli più a un gioco delle tre carte che a un piano industriale.

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La liquidità non è solidità

È vero: oggi l’INPS incassa dagli stranieri circa 11 miliardi di euro e ne eroga meno di due in pensioni. Un “attivo” che fa gola e che serve a pagare, oggi pomeriggio, la pensione a chi ha già versato contributi per quarant’anni. Ma chiamarla “soluzione” è una truffa semantica. In realtà, l’immigrazione attuale è una stampella di fortuna per un sistema che ha le gambe marce.

Siamo un Paese che non fa figli e che ha promesso pensioni basate su un mondo che non esiste più. Per tenere in piedi il castello, abbiamo bisogno di braccia, subito e a qualunque costo. Ma le braccia portano con sé persone, e le persone hanno costi che i contributi spesso miseri dei lavori a bassa specializzazione non coprono affatto.

Il paradosso del basso reddito

Ecco il punto che i sostenitori della “soluzione straniera” dimenticano sempre: il saldo del bilancio pubblico. Un lavoratore impiegato nei settori marginali versa briciole di contributi. Nel frattempo, però, quel lavoratore (e la sua famiglia) accede giustamente alla sanità pubblica, manda i figli a scuola e beneficia di esenzioni e bonus per i redditi bassi.

Il costo dei servizi essenziali per chi vive sulla soglia della povertà è spesso superiore a quanto effettivamente versato in tasse. Risultato? L’INPS sorride, ma le casse dello Stato piangono. Stiamo scambiando un micro-attivo previdenziale immediato con un macro-passivo nel welfare strutturale.

Il “regalo” dei contributi silenti

E poi c’è il cinismo contabile. Il sistema sta in piedi anche grazie ai cosiddetti “contributi silenti”: soldi versati da chi lavora qualche anno, non raggiunge il minimo per la pensione e poi torna al suo Paese. Lo Stato italiano incassa e ringrazia, trattenendo somme che tecnicamente appartengono a chi è ripartito. È questo il modello di sostenibilità? Una sorta di “tassa di passaggio” incamerata per disperazione?

Gli irregolari: il peso invisibile

Non dimentichiamo la massa enorme dell’irregolarità. Centinaia di migliaia di persone che non figurano in nessuna tabella INPS ma che consumano risorse, gravano sulla sicurezza e soprattutto drogano il mercato del lavoro. La loro presenza abbassa i salari di tutti, italiani compresi, riducendo di conseguenza il gettito contributivo globale. Un cane che si morde la coda mentre il padrone inciampa.

Conclusione: un domani senza eredi

La verità è caustica: l’immigrazione non sta salvando le pensioni, sta solo ritardando il funerale del sistema. Tra vent’anni, anche questi lavoratori saranno vecchi e, avendo guadagnato poco, avranno pensioni minime che lo Stato dovrà integrare.

Chiamare “soluzione” un flusso di lavoratori a basso reddito è come cercare di riparare una diga che perde con un cerotto. Funziona per qualche minuto. Poi la pressione dell’acqua — o nel nostro caso, della demografia e del debito pubblico — spazzerà via tutto, stampella compresa.

Torino 4 febbraio 2026 – Ranaldo Lutzen

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