Il “Sottobicchiere” della Sicurezza: Una Guida per la Sinistra Chic

Caro Walter, caro centrosinistra da rinfresco letterario, c’è una piccola precisazione da fare su questa storia della sicurezza. L’idea che la legalità e la tutela dei cittadini siano una specie di sottobicchiere per lo spritz, un accessorio di puro decoro utile solo a non macchiare il pregiato tavolo in palissandro mentre si discute di massimi sistemi, è tanto affascinante quanto splendidamente distante dalla realtà.

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Il passaggio del Walter scrittore al Salone del Libro è stato, come sempre, un trionfo di quell’ambiente chic che tanto rassicura. Tra i padiglioni risuona una sinfonia di morbide “erre moscie” sabaude che accarezzano i rever delle giacche in puro cachemire Loro Piana. Ai polsi dei presenti è tutto un tintinnio di Rolex d’ordinanza e Patek Philippe d’annata, intervallati da qualche Tissot più sportivo per darsi un tono casual, mentre i quadranti brillano sotto i riflettori degli stand. Fuori, le auto blu riposano sornione nei parcheggi riservati, con le scorte in attesa pronte a scattare all’arrivo e all’uscita per garantire che la realtà non osi disturbare l’intellettuale. All’interno si consuma il rito dei sorrisi smaglianti e delle pacche sulle spalle scambiate con i Barberi della situazione, esponenti della Torino che conta, quella che a fine giornata “conta” soprattutto le entrate e il bilancio di certe manifestazioni d’élite.

Certo, questo idillio culturale ha il vantaggio di non contemplare una passeggiata in solitaria, sul calare della sera, lungo i marciapiedi di corso Giulio Cesare o tra le ombre di corso Palermo, e nemmeno un passaggio serale in via Artom. Lì, dove i lampioni faticano a fare luce, l’idea che “la percezione sia essa stessa sicurezza” suona quasi come una beffa. Mentre la Torino che conta si congratula per il successo di pubblico, il torinese comune, che magari ha avuto la fortuna di non essere rapinato o aggredito la sera prima, sale su un autobus diretto alla periferia per andare in RSA a trovare l’anziano genitore.

Per quel posto letto in struttura, atteso per anni nelle liste della sanità pubblica, la famiglia ha dovuto dare in pegno la casa di proprietà, acquistata con il sacrificio di un’intera vita di lavoro. Un’ironia amara se si pensa che quella stessa casa è stata mattone dopo mattone la base economica che oggi permette a Torino di ospitare eventi così patinati. Questa macchina perfetta è retta da cinquant’anni sulla schiena dei meridionali, arrivati al Nord con le valigie di cartone a farsi un mazzo così nelle catene di montaggio e nei cantieri, regalando alla città il benessere necessario per permettersi oggi il Salone del Libro.

Quegli stessi operai che cinquant’anni fa venivano guardati storto, ora guardano da lontano i loro figli pagare le rette delle RSA, assistiti da infermieri e OSS rumeni che oggi fanno i turni di notte che nessuno vuole più fare, mentre nei corridoi del Lingotto si discute amabilmente del concetto astratto di sicurezza.

Per chi vive le strade reali, la sicurezza non è un concetto filosofico da dibattere sorseggiando un cocktail, ma la speranza molto concreta di rientrare a casa senza dover accelerare il passo. Liquidare il problema per paura di “scimmiottare la destra” significa lasciare che gli altri si prendano il monopolio delle risposte, rimanendo fermi a specchiarsi nel proprio palissandro, terrorizzati dall’idea di graffiarlo affrontando la realtà. Forse è giunto il momento di scendere dal palco, lasciare l’ambiente ovattato dei Rolex e delle scorte e accorgersi che fuori dai cancelli del Salone c’è una città reale che non aspetta altro che essere ascoltata.

Tutto con la massima ironia…