Lo strabismo dell’opposizione e il paradosso della funambola

L’analisi politica italiana degli ultimi mesi sembra affetta da una forma cronica di strabismo. Da una parte del campo, le opposizioni guidate da Elly Schlein e Giuseppe Conte osservano con il fiato sospeso le dinamiche oltreconfine, convinte che ogni scossa impressa alla corda globale da Donald Trump o Viktor Orbán sia il preludio alla caduta di Giorgia Meloni. Dall’altra parte, la realtà dei fatti suggerisce una dinamica opposta: non solo la premier sta dimostrando una tenuta inaspettata, ma sta trasformando proprio quelle oscillazioni nel palcoscenico della sua definitiva legittimazione.

Il paradosso è evidente. Per mesi ci è stato raccontato che le “amicizie pericolose” della destra italiana sarebbero state il suo tallone d’Achille. Si pensava che l’isolazionismo di Trump o le rotture sistematiche di Orbán con Bruxelles avrebbero trascinato Palazzo Chigi in un angolo buio dell’irrilevanza diplomatica. Eppure, osservando il quadro con maggiore profondità, emerge che questi leader non sono affatto i motori del successo di Meloni, bensì i suoi principali ostacoli operativi. Sono loro a complicarle la vita, a costringerla a mediazioni estenuanti e a dover rassicurare costantemente i mercati e le cancellerie europee.

Qui si inserisce l’errore prospettico di un’opposizione che appare priva di bussola. Mentre il “campo largo” aspetta che il governo crolli per “contagio ideologico”, non si accorge che Meloni sta traendo forza proprio dalla sua capacità di restare in piedi nonostante i movimenti ondulatori dei suoi alleati. Ogni volta che la premier riesce a non cadere sotto i colpi di testa di Budapest o le provocazioni di Mar-a-Lago, il suo peso specifico aumenta. In un mondo che percepisce l’instabilità come la minaccia principale, chi riesce a governare il caos altrui senza diventarne vittima finisce per apparire, paradossalmente, come l’unico elemento di equilibrio possibile.

La figura della premier si sta così trasformando in quella di un ammortizzatore politico. La sua capacità di dialogare con i “perturbatori” del sistema senza rompere con il sistema stesso la rende indispensabile non solo per la sua coalizione, ma anche per quegli alleati europei che vedono in lei l’unico ponte rimasto con le correnti più radicali della destra mondiale. Il risultato è un rafforzamento muscolare che nasce dal contrasto: più i suoi partner appaiono erratici, più lei emerge come pragmatica.

In questo scenario, continuare a denunciare le frequentazioni internazionali della premier come prova della sua inadeguatezza è una strategia che ha smesso di pagare. Lo strabismo di chi guarda a Washington o a Budapest per colpire Roma finisce per regalare a Giorgia Meloni il controllo totale del centro della scena. Finché l’opposizione non sposterà lo sguardo dalla corda che oscilla alla solidità dei piedi che la calpestano, la funambola di Palazzo Chigi continuerà a camminare, forte di una stabilità che i suoi avversari non sanno nemmeno come iniziare a contrastare.

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