Non è un troll su X, non è un canale Telegram di propaganda amatoriale. È Nikolay Patrushev, consigliere personale di Vladimir Putin, ex capo dell’FSB, uno degli uomini più vicini al Cremlino da un quarto di secolo. E oggi, 15 settembre, ha detto senza esitazioni che se la Polonia dichiarasse guerra alla Russia, Mosca userebbe “l’intero arsenale di forze e risorse disponibili” e lo Stato polacco “cesserebbe di esistere in due o tre giorni”.
Il pretesto è tanto rivelatore quanto la minaccia stessa. Patrushev ha citato le parole del ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski, che in un’intervista aveva detto che in caso di scontro militare diretto la Polonia batterebbe la Russia. Per Patrushev è una valutazione “dilettantistica”, frutto di un ministro “ossessionato dal militarismo” che si rifiuterebbe di ascoltare le rassicurazioni di Putin secondo cui la Russia “non minaccia nessuno” e “non ha ragione di muovere guerra contro l’Europa” — la stessa Russia che nel frattempo minaccia esplicitamente di cancellare uno Stato membro Nato e Ue nel giro di 72 ore.
Il contesto in cui arriva questa frase non è casuale. La Polonia, membro di prima linea della Nato al confine con l’Ucraina e con l’exclave russa di Kaliningrad, è già stata teatro di incidenti con droni russi nello spazio aereo polacco nelle scorse settimane — episodi che Varsavia ha trattato come test deliberati dei propri sistemi di difesa. In questo clima, la dichiarazione di un consigliere di Putin che promette l’annientamento in “due o tre giorni” non è retorica da salotto televisivo: è un segnale calcolato, rivolto tanto a Varsavia quanto a Bruxelles e Washington.
Su come la Polonia possa “infastidire” Mosca, i motivi di attrito sono pubblici e numerosi. Varsavia ha la spesa militare più alta della Nato in rapporto al Pil, è tra i principali fornitori di armi ed equipaggiamento all’Ucraina, ospita da anni truppe ed esercitazioni Nato su larga scala, e il suo ministro degli Esteri Sikorski è tra le voci europee più dure contro Mosca. Tutti elementi che, nella lettura del Cremlino, fanno della Polonia un bersaglio retorico permanente — indipendentemente da azioni concrete.
Quanto a un’ipotetica offensiva, gli analisti occidentali ne parlano da anni, e il punto critico ha perfino un nome: il “corridoio di Suwałki”. È la striscia di territorio di appena 65 chilometri che separa l’exclave russa di Kaliningrad dalla Bielorussia, incuneata tra Polonia e Lituania — definita da tempo “il punto più pericoloso del mondo” dagli strateghi Nato, perché è l’unico collegamento terrestre tra gli Stati baltici e il resto dell’Alleanza. Uno scenario più volte descritto da centri studi come l’International Crisis Group: una manovra a tenaglia, con forze da Kaliningrad a ovest e dalla Bielorussia a est, isolerebbe in pochi giorni Lituania, Lettonia ed Estonia dal resto della Nato — lo stesso schema di accerchiamento usato in Crimea nel 2014, secondo molti osservatori. Proprio per questo, Polonia e Lituania hanno sviluppato già dal 2022 un piano di difesa congiunto del corridoio, e la Nato ha rafforzato negli ultimi anni la propria presenza nell’area con missioni come Baltic Sentry e l’esercitazione Steadfast Defender, la più grande da decenni.
Il paradosso più inquietante è quanto poco spazio, nel dibattito pubblico italiano, occupi una frase che altrove — pronunciata da chiunque altro, su chiunque altro — sarebbe la notizia del giorno per settimane. Un funzionario di altissimo livello di una potenza nucleare minaccia pubblicamente l’estinzione di un Paese Nato, e il ciclo delle notizie la digerisce in poche ore, tra il gossip politico interno e l’ultima polemica social. Forse è proprio questa assuefazione — la capacità di trattare minacce di annientamento come rumore di fondo — il segnale più preoccupante di tutti.
di MR Lutzen