“Il programma di Roberto Vannacci? Mi vergogno per lui.” Così Enzo Iacchetti, ospite di Luca Sommi ad Accordi&Disaccordi sul Nove, liquida Futuro Nazionale tirando in ballo nazismo, fascismo e i forni crematori: “Quelli che lo voteranno dovrebbero rispolverare un libro di storia per capire che cosa è successo negli anni Trenta e Quaranta.” Vannacci risponde sui social senza troppi complimenti: “Iacchetti, un comico che non fa ridere, se la prende con Futuro Nazionale. Fantastico! Dalla settimana prossima superiamo il 10%!”
Non è la prima sfuriata televisiva di Iacchetti quest’anno, ed è lui stesso ad aver raccontato come è andata l’ultima. A settembre 2025, ospite a È sempre Cartabianca, si era scontrato duramente con Eyal Mizrahi, presidente della Federazione Amici di Israele, dandogli dello “stronzo” e minacciando di prenderlo a pugni sul tema Gaza. Nelle settimane successive, in un’intervista a Fanpage, lo stesso Iacchetti ha ammesso conseguenze concrete e dirette, con le sue parole: “Sto perdendo parecchio lavoro. Non mi vuole vedere più nessuno”, oltre a minacce di morte finite in mano alla polizia. Sono parole sue, messe a verbale in un’intervista: il collegamento tra le due sfuriate, a un anno di distanza, un lettore può farlo da solo.
C’è poi una contraddizione che salta all’occhio. Chi si presenta come baluardo dell’antifascismo e minaccia di prendere a pugni chi non la pensa come lui in diretta tv — episodio raccontato dallo stesso Iacchetti, non un’illazione — sta usando proprio quel metodo, la violenza come argomento, che dice di combattere. Non è una gran pubblicità per la causa che si vuole difendere.
Ma è proprio sull’invito a “rispolverare un libro di storia” che vale la pena tornare, perché regge meno di quanto sembri. Montanelli, per citare un grande giornalista italiano che di quegli anni Trenta e Quaranta era testimone diretto e non lettore a posteriori, non ha mai nascosto il suo passato fascista: “Sono stato fascista dal momento in cui ho potuto essere qualcosa”, disse nel 1955, raccontando che a quell’età il fascismo gli sembrava un movimento capace di dare all’Italia una coscienza nazionale e di affrontare le divisioni tra Nord e Sud. Cambiò idea — sue parole — solo a partire dal ’40, diventando “categoricamente antifascista”. È la stessa logica che vale oggi per chi sceglie Vannacci: il pentimento, quando arriva, arriva sempre dopo. Nessuno si pente prima di aver agito, perché nel momento della scelta si ha soltanto ciò che si sa allora, non il giudizio che la storia darà dopo. Iacchetti chiede ai possibili elettori di rispolverare i libri di storia come se fosse un’operazione che risolve la questione in anticipo. Ma la storia si scrive dopo, non prima.
Viene naturale, a questo punto, un paragone con un altro maestro delle sfuriate tv: Vittorio Sgarbi. Stesso repertorio — toni sopra le righe, avversari insultati in diretta — ma il paragone regge fino a un certo punto. Sgarbi ha una laurea in Lettere con indirizzo storico-artistico, è stato docente universitario e ha costruito una carriera da critico d’arte prima ancora che da politico. Iacchetti, per sua stessa biografia ufficiale, si è fermato al diploma di ragioneria — conseguito solo per volere del padre, mai esercitata la professione. Non è un giudizio di valore sulle persone: è semplicemente il curriculum di studi di entrambi, verificabile da chiunque. Il livello di scontro è simile. Il resto, molto meno.
Foto: Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0