SCHIAFFO AGLI INVALIDI: LO STATO PAGA PIÙ CHI NON LAVORA DI CHI NON PUÒ FARLO

In un’Italia che ha smarrito la bussola del buonsenso, il welfare è diventato per anni il teatro dell’assurdo. Siamo il Paese dove la sfortuna cronica è stata umiliata dalla pigrizia assistita, dove un corpo che non risponde più ai comandi è stato valutato meno di un modulo ISEE compilato strategicamente.

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È l’eredità avvelenata della stagione del Movimento 5 Stelle e del suo Reddito di Cittadinanza: una visione del mondo che ha preferito foraggiare il consenso elettorale attraverso il “sussidio universale” piuttosto che proteggere con dignità i più fragili.

L’insulto dei 340 euro

Partiamo dalla realtà cruda. Un cittadino inabile al lavoro, una persona che vorrebbe dare il proprio contributo ma è colpita da una patologia invalidante totale, riceve dallo Stato un assegno di inabilità di circa 333,33 euro al mese (cifra 2024/2025, comunemente arrotondata a 340).

Con 340 euro non si paga l’affitto, non si comprano i farmaci e non si mette insieme il pranzo con la cena. È un’elemosina di Stato che urla vendetta, un “prezzo” fissato per chi ha avuto la colpa di ammalarsi gravemente.

Il privilegio del sussidio: 780 euro per chi “attende”

Dall’altra parte, il sistema ereditato dal RDC garantiva cifre ben diverse: per un singolo individuo senza reddito, il contributo base più l’integrazione per l’affitto portava nelle tasche del beneficiario fino a 780 euro

Il paradosso:

Chi è fisicamente impossibilitato a lavorare riceveva (e in molti casi riceve ancora) meno della metà di quanto intasca chi, pur essendo abile, dichiara semplicemente di non avere un impiego

La sterzata del Governo Meloni: Separare i bisogni dalle opportunità

Oggi, tuttavia, si registra un tentativo di scardinare questa logica perversa. Il governo Meloni, attraverso la riforma che ha portato all’addio del Reddito di Cittadinanza, ha iniziato a picconare il muro dell’assistenzialismo indistinto. L’obiettivo dichiarato è chiaro: smetterla di trattare allo stesso modo chi non può lavorare e chi invece “non ha voglia” o non si attiva.

Il governo ha introdotto una distinzione netta:

• Per gli “occupabili”: Il sussidio non è più un vitalizio, ma un supporto temporaneo legato a percorsi di formazione obbligatori. L’idea è che chi può lavorare deve farlo, liberando risorse per chi non ha questa possibilità.

• Rivalutazione delle pensioni minime: È iniziato un percorso di aumento delle pensioni di invalidità e delle minime, con l’obiettivo di portarle gradualmente verso la soglia dei 600 euro (e oltre per gli over 75), cercando di colmare quell’abisso scavato dalle politiche grilline.

Una gerarchia morale da ricostruire

Il tentativo di “de-grillinizzare” il welfare è una sfida di civiltà. Si tratta di ristabilire una gerarchia morale: la “povertà economica” di chi può attivarsi non può avere la precedenza sulla “povertà biologica” certificata.

Non si tratta di fare una guerra tra poveri, ma di smetterla di finanziare il divano con i soldi che dovrebbero servire a garantire una vita dignitosa a chi combatte contro una disabilità totale. La strada intrapresa per smantellare il castello di privilegi del RDC è l’unica via per restituire giustizia a chi, senza colpa, è rimasto indietro per troppo tempo