Un conto previdenziale aperto il giorno stesso della nascita, alimentato dallo Stato fin dai primi anni di vita, con oltre sessant’anni di tempo per crescere prima del pensionamento. Non è un’ipotesi accademica: la ministra del Lavoro Marina Calderone, intervistata dal Corriere della Sera, ha confermato che il governo sta valutando la fattibilità di un “fondo previdenziale alla nascita” — dopo che INPS, Covip e ANIA hanno già dato parere favorevole alla proposta. Le sue parole: “Le coperture si trovano, senza sottrarle ad altri strumenti, tanto più che per far partire il fondo previdenziale alla nascita bastano piccoli importi.”
Il modello di riferimento è dichiaratamente tedesco. Berlino ha approvato il 12 agosto la Frühstartrente (“pensione a partenza anticipata”): lo Stato versa 10 euro al mese per ogni bambino tra i 6 e i 18 anni, su un conto individuale investito sui mercati finanziari, per un totale di 1.440 euro di contributi pubblici in dodici anni. Se la legge passerà in Parlamento, partirà nel 2027 con effetto retroattivo per i nati dal 2020; la gestione, nella prima fase, sarà collettiva tramite la Bundesbank, senza obbligare le famiglie ad aprire subito un conto privato.
I numeri fanno impressione se guardati senza filtri, ma vanno maneggiati con cautela: le simulazioni circolate parlano di un capitale che, tra rendimenti di mercato e decenni di capitalizzazione, potrebbe superare i 115.000 euro nominali al momento del pensionamento. Il dato però va corretto per l’inflazione: assumendo una media del 2% annuo su un orizzonte di 67 anni, quella cifra equivale in potere d’acquisto reale a circa 31.000 euro attuali — ancora una somma non trascurabile per chi oggi rischia una pensione pubblica molto più magra rispetto alle generazioni precedenti, ma lontana dai titoli sensazionalistici che i grandi numeri nominali potrebbero suggerire.
Mentre questo piano avanza quasi in sordina, il dibattito pubblico di oggi è tutto assorbito da un altro fronte economico: Elly Schlein chiede al governo di tassare subito gli extraprofitti delle società energetiche per finanziare aiuti contro il caro-carburanti, con i prezzi ormai sopra i due euro al litro. Vale la pena notare un dettaglio che rende la polemica meno originale di quanto sembri: l’idea non nasce oggi con la segretaria del Pd. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha già firmato due lettere congiunte con altri ministri europei — la prima ad aprile con Germania, Spagna, Portogallo e Austria, la seconda nei giorni scorsi con l’aggiunta della Polonia — per chiedere alla Commissione Ue un quadro comune di tassazione sugli extraprofitti petroliferi. Schlein, di fatto, non propone una misura nuova: chiede che l’Italia anticipi a livello nazionale, subito, quello che il governo stesso ha già messo sul tavolo a Bruxelles, in attesa che l’Unione trovi un consenso comune.
La logica di fondo del piano Calderone, sia in Italia che in Germania, nasce da un problema strutturale che con gli extraprofitti energetici non ha nulla a che fare: carriere sempre più discontinue, salari fermi, un sistema contributivo che restituisce esattamente quanto versato — né un euro di più. Per chi entra oggi nel mondo del lavoro, la pensione pubblica da sola rischia di non bastare. Un secondo pilastro avviato fin dalla culla, con decenni di capitalizzazione composta a disposizione, è una delle poche leve che lo Stato può ancora offrire senza aspettare che sia il singolo lavoratore, magari precario, a doverci pensare da adulto. Eppure è la polemica sul prezzo della benzina, non questa riforma silenziosa, a occupare le prime pagine.