Partiamo da una domanda semplice: quanto costa mantenere un minore straniero non accompagnato in Europa? Dopo aver messo in fila i dati di cinque Paesi, la risposta onesta è che non esiste una risposta comparabile. E l’assenza di quella risposta, come vedremo, non è un incidente statistico.
In Italia lo Stato rimborsa ai Comuni un massimo di 45 euro al giorno IVA inclusa, attraverso il Fondo nazionale per l’accoglienza dei MSNA istituito dal DL 95/2012 e cresciuto fino a 117,8 milioni nel 2023. Peccato che il costo reale oscilli tra i 70 e i 100 euro giornalieri: la differenza la mettono i Comuni. Le rette effettive variano poi da città a città in modo impressionante. Milano dal 2025 paga da 75 a 105 euro al giorno secondo quattro livelli di intensità educativa — pronta accoglienza, sostegno socio-educativo, semi-autonomia, autonomia — cui si aggiungono 120 euro per le comunità educative 14-17 anni e 48 per gli alloggi dei neomaggiorenni. Marsala, dopo mesi di trattative con le cooperative chiuse il 26 febbraio 2026, è passata da 96 a 60 euro, definita “tariffa minima permessa”. Quanto a come si affida il servizio, la norma è volutamente elastica: ogni Comune “determina liberamente” se gestire in proprio, appaltare al privato sociale o ricorrere all’affido familiare.
In Spagna la media nazionale si aggira sui 4.400 euro al mese, circa 145 al giorno, ma con una forbice che va dagli 85 euro giornalieri della Castiglia e León ai 9.813 euro mensili dei centri pubblici andalusi, passando per i 9.600 di Ibiza. Madrid ha appena messo a gara il triennio 2026-2028 a 186 euro al giorno IVA esclusa per posto. Il governo centrale, nel frattempo, ha tagliato la propria quota da 145 a 35,75 euro giornalieri, scaricando circa l’ottanta per cento sulle comunità autonome. E nelle Canarie il meccanismo di assegnazione è il contratto d’emergenza senza gara, rinnovato ininterrottamente dal 2019: 43,82 milioni distribuiti a sei associazioni, di cui due si sono aggiudicate il 58,51% del totale, con nove ispezioni effettuate nell’anno di massimo afflusso.
La Germania ragiona in modo completamente diverso. Non esiste una retta nazionale perché il minore straniero entra nel sistema ordinario di tutela minorile previsto dall’SGB VIII, e il titolo di soggiorno è giuridicamente irrilevante: riceve esattamente ciò che riceverebbe un minore tedesco nelle stesse condizioni. Il costo medio è di circa 50.000 euro l’anno, che fanno intorno ai 137 euro al giorno, con differenze forti tra Länder: 58.600 euro in Schleswig-Holstein, circa 54.000 in Sassonia e Bassa Sassonia, 49.000 in Turingia, 40.000 in Brandeburgo. A Berlino i costi aggiuntivi per minore ammontavano a 3.567,81 euro al mese nel 2023, e la sola Baviera ha rimborsato ai propri distretti 179,6 milioni nel 2025. Gare pubbliche non ce ne sono: i gestori sono enti accreditati che negoziano le rette direttamente con gli uffici minorili.
In Francia la competenza è dei Dipartimenti attraverso l’Aide sociale à l’enfance, e lo Stato si limita a coprire la fase iniziale: 500 euro forfettari per la valutazione dell’età, più 90 euro al giorno per quattordici giorni e venti euro per altri nove, con un tetto complessivo di 1.940 euro. Dopodiché il conto passa interamente al Dipartimento. Il costo annuo per minore è stimato tra i 36.500 euro secondo la Drees e i 50.000 secondo l’Assemblea dei Dipartimenti, mentre un’ispezione del 2020 su ventinove dipartimenti indicava un prezzo-giornata medio di 77 euro per l’accoglienza alberghiera. Gli affidamenti passano per bandi che impongono ai gestori un prezzo-giornata prefissato, in alcuni casi molto basso: quaranta euro nell’Ille-et-Vilaine.
Ed è proprio dalla Francia che arriva il rilievo più pesante dell’intera ricognizione. In una decisione dell’8 ottobre 2020 la Corte dei conti francese ha messo nero su bianco che nella maggior parte dei Dipartimenti non esiste una contabilità analitica, e che questo impedisce di distinguere quanto della spesa complessiva per la protezione dell’infanzia — undici miliardi nel 2023 — sia effettivamente imputabile ai minori stranieri. Non è che il dato sia scomodo: è che il dato non c’è. Ogni cifra che circola nel dibattito pubblico francese, in un senso o nell’altro, è una stima costruita moltiplicando presenze presunte per rette presunte.
La Grecia, infine, adotta il modello opposto a tutti gli altri: paga l’Europa. Non esistono rette pubblicate per minore, ma programmi assegnati a organizzazioni non governative e all’OIM tramite il fondo AMIF — 31,2 milioni per l’alloggio su venti mesi, 93,4 milioni per la gestione delle strutture su trenta mesi, sei milioni per i servizi di interpretariato, con cofinanziamento europeo al 75% e nazionale al 25%. Nel meccanismo di ricollocazione volontaria, l’Unione versava 6.000 euro forfettari per ciascuna persona trasferita in un altro Stato membro.
Mettendo tutto in fila emerge il punto vero. Cinque Paesi, cinque unità di misura diverse: chi conta per giornata, chi per anno, chi per progetto pluriennale, chi non conta affatto. Cinque modalità di affidamento diverse: gara pubblica, accreditamento negoziato, bando con prezzo imposto, contratto d’emergenza senza concorrenza, sovvenzione europea diretta all’ente attuatore. E cinque livelli di controllo diversi, che vanno dall’ispezione ordinaria alla sua sostanziale assenza.
Il risultato è che nessun contribuente europeo è oggi in grado di sapere quanto costi davvero il sistema del proprio Paese, né di confrontarlo con quello del vicino. Non serve immaginare complotti: basta osservare che un’architettura di questo tipo conviene a tutti gli attori in gioco. Conviene ai governi centrali, che fissano un rimborso simbolico e scaricano il resto sul livello locale. Conviene agli enti locali, che possono lamentare l’insufficienza dei fondi senza mai esibire un costo unitario verificato. Conviene ai gestori, che negoziano rette in assenza di parametri comparativi. E conviene, va detto, anche a chi il tema lo usa politicamente: senza dati certi si può sparare qualunque cifra, in entrambe le direzioni.
Chi si occupa davvero di tutela dell’infanzia dovrebbe essere il primo a pretendere il contrario. Perché un sistema che muove miliardi senza contabilità analitica non protegge meglio i bambini: protegge soltanto chi non ha voglia di far vedere i conti.